Un nuovo report sul coronavirus svela ulteriori dettagli sull’epidemia

All'inizio il contagio si è diffuso principalmente dentro lo stesso ospedale (perché non diagnosticato) e la malattia colpisce senza distinzioni di età e di sesso

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Un singolo paziente, ricoverato in un ospedale di Wuhan, in Cina, ha infettato almeno 10 operatori sanitari e altri quattro pazienti con quello stesso coronavirus che ha contagiato quasi 45.000 persone, ne ha uccise più di 1.000 e ha raggiunto due dozzine di altri Paesi nel mondo.
I pazienti, in Cina, hanno un’età compresa tra i 22 e i 92 anni (l’età media è di 56 anni). All’inizio sono stati ricoverati principalmente all’ospedale Zhongnan dell’Università di Wuhan. Si presume che molti di essi – il 41% – abbiano contratto il virus nell’ospedale stesso, incluse 17 persone che erano state ricoverate per altre malattie e 40 operatori sanitari.

Questo dato è solo un inquietante dettaglio, incluso in un recente rapporto su 138 casi di pazienti a Wuhan, che tuttavia aiuta però a spiegare come la malattia progredisce e come si diffonde. Il rapporto, uno dei due pubblicati venerdì scorso dall’autorevole Journal of American Medical Association, è tra gli articoli più completi, a oggi, sull’epidemia scatenata dall’ormai famigerato coronavirus.

Il paziente che ha infettato così tanti operatori sanitari era stato posto in un reparto chirurgico a causa di sintomi addominali e il coronavirus non è stato inizialmente sospettato. Anche altri quattro degenti in quello stesso reparto hanno contratto la malattia, presumibilmente dal primo paziente.

L’incidente ha risvegliato gli agghiaccianti ricordi dei cosiddetti “super-spargitori” di altre epidemie analoghe: SARS e MERS, ovvero pazienti che hanno infettato un numero enorme di altre persone, a volte dozzine. Il fenomeno è ancora scarsamente compreso e imprevedibile, un vero incubo per un epidemiologo. I super-spargitori hanno portato, in passato, a una notevole trasmissione dei virus direttamente negli ospedali.

Nel loro report sul Journal of American Medical Association, gli autori affermano che, dall’analisi dei dati raccolti tra i casi seguiti da loro, desumono si sia verificata una rapida diffusione del virus da persona a persona. Ciò è stato in parte dovuto a pazienti come quello ammesso al reparto chirurgico, i cui sintomi hanno indotto i medici a sospettare altre malattie e non sono riusciti a prendere tempestivamente le precauzioni necessarie per prevenire la diffusione del virus fino a quando non è stato, poi, troppo tardi.

All’incirca il 10% dei pazienti, infatti, inizialmente non presenta i soliti sintomi, tosse e febbre, ma, al contrario, disturbi come diarrea e nausea. Altri sintomi non comuni includono mal di testa, vertigini e dolore addominale.

Un altro motivo di preoccupazione, per la comunità medica, rimane il fatto che alcuni pazienti che, inizialmente, apparivano lievemente o moderatamente malati, sono poi peggiorati nel giro di qualche giorno o, al massimo, di una settimana. Il tempo trascorso, in media, dai primi sintomi a quando sono iniziati lievi problemi respiratori è di cinque giorni; ne bastano sette per il ricovero e otto per arrivare a gravi problemi respiratori. Gli esperti affermano che, stando a questo schema, i pazienti devono essere attentamente monitorati e non è lecito ritenere che qualcuno che sembra essere in via di guarigione sia effettivamente fuori pericolo.

«La scoperta servirà come “monito” per i medici, affinché tengano d’occhio questi pazienti» ha dichiarato il dottor Anthony Fauci, direttore dell’Istituto nazionale per le allergie e le malattie infettive degli Stati Uniti, in un’intervista pubblicata dallo stesso Journal.

Come avvenuto per i precedenti rapporti sui pazienti con coronavirus, anche in questo caso si è scoperto che le persone anziane e quelle con problemi di salute di base (come: diabete, malattie cardiache o cancro) tendono ad ammalarsi più gravemente, rispetto ai pazienti più giovani e sani. Soprattutto, circa il 26% dei 138 pazienti monitorati ha avuto bisogno di cure intensive; la loro età media è di 66 anni, quindi più alta rispetto a quella di coloro che non necessitavano di terapia intensiva.

Per questa serie di pazienti, il tasso di mortalità è del 4,3 percento, un dato superiore alle stime provenienti da altre parti della Cina. Il motivo di questo dato non è noto e le cifre possono cambiare man mano che vengono raccolte ulteriori informazioni. A differenza di alcuni report precedenti, questo non ha trovato sostanziali discrepanze di genere nei pazienti infettati; il 54 percento è di sesso maschile.

I dati clinici sui pazienti mostrano che la malattia ha causato polmonite e un’infezione virale sistemica che ha scatenato una potente risposta infiammatoria nel corpo, mentre il dottor William Schaffner, esperto di malattie infettive presso la Vanderbilt University del Tennessee, ha recentemente affermato che «Esistono indicatori biochimici che mostrano come alcuni sistemi di organi del corpo possano essere colpiti con maggiore probabilità e da essi scaturisce una risposta infiammatoria che interrompe in qualche modo la normale funzione».

«I polmoni, il cuore, il fegato, i reni e i sistemi che controllano la coagulazione del sangue sono tutti colpiti», ha detto il dottor Schaffner, «anche se non è chiaro se sia il virus stesso a infettare organi diversi dai polmoni. La risposta infiammatoria è un segno distintivo di una grave malattia virale. Negli ultimi anni è diventato evidente che un’infiammazione acuta da malattie, come l’influenza, può persistere per circa un mese dopo la scomparsa della malattia acuta e può aumentare il rischio di infarti e ictus nelle persone anziane».

Un secondo rapporto riguarda 13 pazienti trattati in tre ospedali a Pechino dal 16 al 29 gennaio. Sono più giovani del gruppo di Wuhan, con un’età media di 34 anni e nessuna malattia di base. Solo uno di loro ha più di 50 anni. Non si sono ammalati come i pazienti di Wuhan e nessuno di loro è morto. Questi casi, scovati soprattutto in giovani adulti sani, dovrebbero dissipare l’idea che solo le persone anziane contraggano la malattia. Questo virus, conclude il dottor Schaffner: «può colpire una persona giovane e sana e farli ammalare».

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