Il cippo che ricorda il martirio di don Francesco Bonifacio
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Foibe: l’odio che calpesta anche la tonaca

Dimenticati dai “professioni della memoria” le centinaia di sacerdoti uccisi dai partigiani di Tito

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Fra Ludovik Rados aveva soltanto 20 anni e nel cuore la gioia di aver appena terminato il noviziato e indossato il saio caro a Francesco d’Assisi; fra Marko Barbaric, invece, di anni ne aveva 80 e continuava a spendersi secondo gli insegnamenti del poverello nel monastero di Siroki Brijeg, anche se era ammalato di tifo.

L’uno e l’altro, insieme a 28 confratelli francescani, vennero presi (mentre s’apprestavano a pregare l’ora media) il 7 febbraio del 1945 dai partigiani comunisti e spinti fuori (fra Marko trascinato su una coperta perché impossibilitato a muoversi per la malattia) e quindi uccisi, dopo essersi rifiutati di lasciare l’abito religioso. Forse infastiditi dal fatto che i frati andarono incontro alla morte pregando e cantando litanie alla Madonna o, forse, sempre con l’intento di far sparire i corpi (come nelle Foibe), gli aguzzini cosparsero i corpi dei 30 martiri di benzina e li bruciarono.

Su questa pagina di storia è calato un silenzio colpevole, così come sul tributo che sacerdoti e religiosi hanno pagato alla brutalità dei partigiani comunisti in Istria e Dalmazia.

Allora, questo 10 febbraio è l’occasione giusta per riprendere in mano la poderosa monografia Storie di preti dell’Istria uccisi per cancellare la loro fede, pubblicata dalla Litografia Zenit e scritta da Ranieri Ponis.
Scomparso qualche anno fa, Ponis era nato a Pola e da giovane si era trasferito a Capodistria, prima di arrivare a Trieste e di lavorare trent’anni, come capocronista e, poi, come redattore capo al giornale cittadino: Il Piccolo. Avendo vissuto in presa diretta le tragiche vicende istriane, Ponis prese a raccontarle con tanto di testimonianze, fino a squarciare i veli dell’omertà sul capitolo riguardante almeno 50 preti uccisi dai partigiani.

Tra essi, don Giuseppe Gabbana, che finì la sua missione di cappellano militare della Guardia di Finanza il 2 marzo del 1944 a Trieste: tre sgherri lo riempirono di proiettili nell’addome senza un motivo, se non quello, come ricostruito da Ponis, di «essere un prete che amava la Patria e indossava la divisa».

Oppure don Placido Sancin, un povero prete di San Dorligo della Valle, che davvero nell’indole teneva fede al suo nome. Eppure, la furia dei comunisti slavi si abbatté pure su di lui: catturato nell’ottobre del 1943, non si seppe più nulla di lui, finché, in una foiba di San Servolo, proprio poco sopra il paese di cui era stato parroco, vennero trovati un abito talare fatto a brandelli e un colletto sacerdotale ancora pressoché integro.

Commuove anche la storia di don Angelo Tarticchio, probabilmente il primo di questo lungo martirologio: nel settembre del 1943 venne sequestrato dai partigiani slavi a Villa di Rovino, dov’era parroco; qualche giorno dopo venne ucciso insieme ad altre persone e i corpi gettati in una cava. Come un ulteriore sfregio per don Angelo, sulla sua testa venne piantata una corona di filo spinato, avvicinando così il suo martirio a quello di Nostro Signore.

Tutte storie che il papa emerito Benedetto XVI conosce bene, poiché gli venne donata una edizione del libro, il 29 marzo del 2006, durante l’udienza concessa all’Associazione nazionale Venezia Giulia e Dalmazia.

Lo stesso Benedetto XVI, il 4 ottobre di 2 anni dopo, aveva proclamato beato nella chiesa di San Giusto a Trieste don Francesco Bonifacio, torturato e assassinato dai titini, il ci corpo non fu mai ritrovato.
A don Bonifacio si è aggiunto, nel settembre del 2013, il nome di Miro Bulesic, assassinato dai partigiani nell’agosto del 1947 nell’Istria settentrionale. Bulesic è stato beatificato nell’Arena di Pola, nel corso di una commovente cerimonia, nel corso della quale si è appreso che nelle diocesi croate negli anni Quaranta furono trucidati ben 434 sacerdoti, tra secolari e regolari, più altri 24 morti per le torture e le sevizie in carcere. Quel 24 agosto 1947, nel corso delle cresime nella chiesa di Lanisce, esponenti comunisti irruppero nell’edificio di culto, distrussero tutto, misero a ferro e fuoco la chiesa stessa e bastonarono selvaggiamente don Miro e, infine, sgozzandolo.

Tra i sacerdoti uccisi e infoibati vanno ricordati anche don Alojzij Obit del Collio, che scomparve nel gennaio del 1944, don Lado Piscanc e don Ludvik Sluga di Circhina, assassinati insieme con altri 13 loro parrocchiani nel febbraio 1944; don Anton Pisk di Tolmino, infoibato ad ottobre, don Filip Tercelj di Aidussina, sequestrato dalla polizia segreta jugoslava nel gennaio 1946 e scomparso, don Izidor Zavadlav di Vertoiba, arrestato e fucilato il 15 settembre 1946.

Tutte storie di martiri che la Chiesa, ci auguriamo, vorrà degnamente onorare quanto prima.

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