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Conoscere la storia è l’unica via per la pacificazione

Giovanni Adami: «Prima di parlare con serenità di Foibe con gli ex jugoslavi, bisognerebbe trovare concordia e pace su questo argomento tra noi italiani».

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L’avvocato Giovanni Adami, 48 anni, vive a Udine ma è di famiglia giuliana; è stato a lungo vicepresidente nazionale dell’ADES (Associazione Amici e Discendenti degli Esuli Istriano Dalmati). Ha collaborato per anni con varie associazioni che ricordano la tragedia delle foibe, studiando e approfondendo i vari aspetti di un genocidio etnico che si è protratto per anni. Il suo autorevole parere sull’intera questione è molto equilibrato e pacato.

L’avvocato Giovanni Adami

«Arriverà il giorno che sia slavi che italiani potranno parlare di questa grande tragedia, senza odi o rancori reciproci, considerandola per quello che è: una grande ferità dell’umanità. Una ferita che ancora sanguina, anche se sempre meno, grazie a tanti che si sono impegnati a fondo affinché tutta questa tragedia non cadesse nell’oblio, dove in molti, per anni l’avevano relegata».

Cosa è cambiato?

«Siamo riusciti a ottenere nel 2004 il Giorno del Ricordo, siamo riusciti a far riconoscere la Medaglia d’oro al valor civile a Norma Cossetto nel 2005, oltre a questo è stato fatto almeno un film importante come “Red Land”, oltre alla rappresentazione teatrale “Magazzino 18” di Cristicchi e altre – anche in questi giorni. Tutte iniziative impensabili fino a 25-30 anni fa».

Però a Norma Cossetto, è stata ancora rifiutata l’intitolazione di una strada e “Red Land” non ha avuto una diffusione decente nei cinema…

«Si, anche questo è vero. Abbiamo diverse segnalazioni dal territorio che ci evidenziano il rifiuto di alcune amministrazioni comunali di centrosinistra che ancora osteggiano le proposte di intitolare strade o piazze a Norma o ai Martiri delle Foibe. A volte trovano scuse veramente incredibili, puerili, che non aiutano a cicatrizzare e pacificare, una volta per tutte, la ferita istriana. Anche a Udine, di recente, è stata deturpata la targa della piazza intitolata a coloro che sono stati infoibati».

Una parte politica vuole che se ne parli il meno possibile, fino ad arrivare a negarla del tutto?

«Forse ai più estremisti tra gli appartenenti alla sinistra. Ma il vento sta cambiando, lo testimoniano gli ultimi 20 anni della nostra storia e lo hanno testimoniato sia Azeglio Ciampi, sia Luciano Violante facendo aperture considerevoli, affinché la nostra storia venisse alla luce in maniera chiara. Anche un artista come Simone Cristicchi, persona proveniente dalla sinistra, ha fatto un gran lavoro al servizio della sempre maggiore consapevolezza della dolorosa vicenda».

Tuttavia, c’è anche una tendenza da parte dell’Anpi e di altre associazioni legate alla Resistenza, a impadronirsi del Giorno del Ricordo per “gestirlo” a modo loro.

«Si ho notato… ma credo che sia importante comunque parlarne. Penso sia utile che ognuno dica la propria opinione».

Anche quando tentano di minimizzare o negare che ci sia stato un genocidio ai danni degli italiani da parte dei partigiani comunisti di Tito?

«Possono dire tutto quello che vogliono, ma è la storia, con una valanga di documenti e testimonianze che li ha condannati. Dopo che sono stati aperti, anche se parzialmente, gli archivi a Lubiana, Zagabria e Londra, si è fatta chiarezza e i tentativi di negare sono ridicoli, non potranno mai scalzare la verità di questa tragedia. Possono invitare anche personalità slave a parlare dell’argomento, non sposteranno di un millimetro la verità storica su quanto accaduto».

Anche sul versante delle istituzioni, soprattutto locali, fino ad arrivare alle scuole, emerge spesso un comportamento omissivo verso la celebrazione del Giorno del Ricordo.

«Sicuramente c’è ancora molto da fare. C’è tanto da far conoscere a chi ancora non sa nulla. Purtroppo, il Giorno del Ricordo non è stato dignitosamente celebrata in tutte le scuole, ma l’ignoranza sul tema che continuamente riscontriamo ci fa percepire la mole di lavoro che ci attende. La storia giuliano-dalmata di quegli anni è una storia poco conosciuta ancora per tantissimi giovani. Se non se ne conoscono i tratti principali è inutile fare approfondimenti che però sarebbero utili anche se paiono incredibili».

Mi faccia alcuni esempi…

«Le tante assoluzioni processuali di partigiani, nonostante le prove schiaccianti a loro carico. Oppure il fatto che diversi partigiani titini, quali il comandante del lager di Borovnica – dove sono “scomparsi” numerosi italiani – oppure il responsabile del luogo di tortura di Villa Segrè nel triestino; come il “Boia di Pisino” ma anche l’“eroe” responsabile della strage di partigiani bianchi a Porzus… tutti hanno ricevuto pensioni, pagate dall’INPS fino alla loro morte».

Perché le associazioni di esuli istriani hanno così scarso peso politico?

«Vede, il nostro popolo è estremamente orgoglioso e con una dignità molto grande, non ama il vittimismo o il piangersi addosso, cerca di percorrere la propria strada con il suo passo».

Cosa dovrebbero fare queste associazioni?

«Tramandare la nostra storia e la nostra memoria. La cosa più importante è questo. Tra qualche anno non ci saranno più testimoni oculari e diretti di ciò che è successo, ci saranno i loro figli e non a tutti interessa ricordare e far ricordare questa triste storia. Dobbiamo assolutamente evitare che cada nell’oblio. Tutti i 22 secoli di storia dell’Istria e della Dalmazia, prima con i romani poi con i veneziani e, infine, con gli italiani, sono un patrimonio culturale troppo grande per non essere lasciato in eredità alle nuove generazioni».

Arriveremo a tempi in cui italiani e slavi potranno parlare, come lei afferma, senza odi ne rancori?

«Non so quando ma sono fiducioso. I figli ed i nipoti non possono essere eredi delle colpe dei padri o dei nonni. Però, prima di parlare con serenità di Foibe con gli ex jugoslavi, bisognerebbe trovare concordia e pace su questo argomento tra noi italiani. C’è ancora molta strada da fare su questo fronte».

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