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REPORTAGE ESCLUSIVO: vi portiamo a un “Trump Rally”

Assistere a un comizio del presidente è come partecipare a un grande show: ecco cosa pensa la gente che vi partecipa e come il presidente la conquista

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Dal nostro corrispondente –
È come partecipare a uno show o a un concerto in un’arena. A una partita di football americano o di basket NBA. Con le persone che vanno a prendere i popcorn prima del grande spettacolo, che fanno la fila per un paio di hot dog, che bevono una extra-large soda mentre sgranocchiano noccioline. E parlano, ridono, intonano cori prima che arrivi il loro “idolo”, con la differenza che il loro idolo qui non è un quarterback, un giocatore o un cantante: è il presidente degli Stati Uniti.

Assistere a un comizio di Donald Trump, significa assistere a tutto questo. Immaginatevi Homer Simpson, protagonista del famoso cartone animato, e usate la vostra immaginazione per farlo “sedere” in questo quadretto. Vi farete un’idea più chiara del tipo di pubblico che assiste all’evento.

Siamo a Des Moines, in Iowa, dove lunedì si svolgeranno i “caucus” dei Democratici, primo appuntamento di una lunga maratona che ci farà capire chi proverà a togliere lo scranno a Donald Trump alle elezioni generali di novembre.

Il palazzo che accoglie il comizio, a Des Moines, è come un catino molto rumoroso, durante attesa. «Nessun Dem è buono abbastanza da farmi cambiare idea e nonostante non apprezzi Trump come persona, politicamente cambiare ora sarebbe stupido», continua Arlyn Caspin. Che condanna il Presidente per la tolleranza zero al confine («È stata una terribile decisione per una conservatrice vera come me»), ma lo supporta ancora sull’approccio in tema di immigrazione, tenuto dall’amministrazione negli ultimi tre anni, «perché qui non ci si deve arrivare in modo illegale e chi lo fa deve essere regolamentato».

“PERCHÉ SOLO LUI?”

«Lo supporto perché l’economia sta esplodendo, è facilissimo trovare nuovi posti di lavoro ed è l’unico candidato pro-life», continua Arlyn, una signora sulla sessantina del sud della California, in Iowa da una vita, che si definisce “una conservatrice tradizionale”. Persone come Arlyn rappresentano, in questo momento, una metà del popolo americano che andrà al voto a novembre. Decisivi e sicuri della loro scelta, ma anche contradditori in molti dei loro pensieri.

Come John Strong, veterano di guerra, che dice: «Il taglio delle tasse non è stato abbastanza per la classe media, ma questa economia ha aiutato le minoranze a trovare un lavoro: i dati parlano da soli». Ha 78 anni, John Strong, ha passato una vita al servizio dell’esercito e definisce “fake news” il processo di Impeachment, anche se le ragioni di questo pensiero non sono legate al fatto che non sia vero quanto successo. Dice: «Trump ha oltrepassato la linea ma lo hanno fatto tutti in passato: perché stanno indagando solo lui?».

Del resto, lo stesso presidente ha reso pubblica la trascrizione con la controparte ucraina che ha fatto partire il procedimento di Impeachment alla Camera, a settembre. Il punto è che il popolo di Trump crede fosse giusto chiedere di indagare su Biden e non ha alcun interesse sul fatto che, per rendere quest’azione possibile, fosse necessario congelare dei fondi militari a una potenza straniera. «Credo che l’Impeachment sia una tragedia per il Paese, crea instabilità», dice ancora a Arlyn, attaccando i Dem e non Trump.

Arlyn e John sono i target che servono, alla campagna del presidente: conservatori e focalizzati sullo stato dell’economia, con un background da middle-class, un presente di relativo benessere e, spiega John: «un futuro che credo possa essere ancora migliore».

L’ARRIVO DELL’IDOLO

Arlyn e John, sembrano essere anche i destinatari del discorso di Mike Pence, il vice presidente che con il suo speech tutto improntato sugli obiettivi raggiunti dall’amministrazione Trump in economia («Migliore momento della nostra storia»), politica estera («Lo scontro con l’Iran sta dando i suoi frutti, doveva essere fatto») e immigrazione («Stiamo iniziando il muro») ha parlato al popolo trumpiano per eccellenza.

E ha aperto le tende del palcoscenico a chi poi, quel palcoscenico se lo è mangiato. Lui, “l’idolo” dell’arena, Donald Trump.

Trump ha proposto il menù che ha contraddistinto grossa parte dei suoi rally più recenti. Ha offeso i media mainstream, da CNN a New York Times fino a NBC, chiedendo al pubblico sotto il palco di girarsi e di puntare il dito contro le telecamere. Ha preso in giro i candidati Dem che sono in campagna elettorale in Iowa, proprio in queste ore, o al Senato per votare sul processo di Impeachment.

Per ognuno ha trovato un soprannome: da “Sleepy Joe” Biden a “Crazy Bernie” Sanders, da “Pocahontas” Warren a “Buttigiag, Buttigiog, ma lo avete capito voi come si chiama?” Buttigieg. E ha elencato quelli che ha definito i suoi successi: il tasso di disoccupazione mai così basso, la borsa che vola, l’economia che sembra solo poter crescere (anche se sta rallentando il suo ciclo, secondo quanto emerso nell’analisi dell’anno 2019).

LA GUERRA DEI DAZI

E, sopra ogni cosa, il deal trovato con la Cina, dopo due anni di guerra commerciale. Un punto su cui Trump ha dedicato tantissimo tempo, non a caso, visto dove stava tenendo il comizio.

Des Moines, in Iowa, è stata una delle aree dove gli agricoltori hanno sofferto di più le conseguenze del conflitto dei dazi imposti da Trump alla Cina, dopo che Pechino ha fatto crollare il prezzo della soia. In questi mesi non sono mancate le critiche a “The Donald”, anche da parte dei proprietari agricoli di questa zona, ma non per la guerra dei dazi in sé (che qui chiedevano di intraprendere da anni), quanto per il fatto che quella guerra stesse durando troppo. Trump lo ha capito e ha chiesto di accelerare sull’accordo.

Aver messo un primo punto fermo, con il tavolo chiuso a gennaio che ha permesso il raggiungimento della cosiddetta “fase uno” tra le due parti, è un qualcosa che il suo popolo considera una vittoria. «Abbiamo vissuto l’anno migliore della nostra storia e ho subito l’Impeachment, ci potete credere?», ha detto Trump.

E SE POI ARRIVA MIKE?

Trump, non ha puntato molto sul processo che lo riguarda (e che al Senato è ormai agli ultimi passaggi), oltre alla solita dichiarazione: «È una caccia alle streghe e una farsa». Così come è mancato un passaggio su un altro tema che potrebbe far discutere in futuro: la candidatura di Mike Bloomberg. L’ex sindaco di New York è l’unico dei Dem che, nel corso delle ultime settimane, ha saputo entrare sotto pelle a Trump, che ha reagito maldestramente su Twitter quando Bloomberg ha speso milioni per una pubblicità contro di lui andata in onda durante il programma “amico” di Fox&Friends.

Bloomberg gli dà fastidio perché è l’unico che ha abbastanza soldi per competere con la sua campagna. A tal proposito il primo “confronto” tra i due supermiliardari andrà in onda durante il Super Bowl… Bloomberg gli dà fastidio perché è l’unico che rispecchia, in modo più educato certo, l’immagine che Donald Trump vende da quando si è candidato: ricco, imprenditore, self-made man e uomo dei fatti, che mantiene le promesse e lontano dall’establishment, qualunque esso sia.

«Non credo voterei per lui, ma è il meno peggio dei democratici», dice Bill Johnson di Bloomberg. Intando a Des Moines, in Iowa si preparano i popcorn.

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