Repubblica come i centri sociali… e non chiede scusa

Un titolo vergognoso, una polemica scontata, una reazione – quella del direttore – peggiore dell’errore. E poi sarebbe Salvini quello che predica odio

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Una brutta pagina di giornalismo, di quelle che sarebbero da far studiare in tutti i corsi universitari di comunicazione e nelle scuole di giornalismo. Se un giornale sbaglia un titolo deve, poi, “rettificare” l’informazione al più presto e magari anche chiedere scusa ai lettori e alle persone “vittime” di quel titolo, se ce ne sono. Anche se quella persona viene considerata il principale nemico politico di quel giornale.

Invece, a Repubblica non solo non hanno chiesto scusa per il vergogno titolato apparso mercoledì in prima pagina – “Cancellare Salvini” – ma, addirittura, se la sono presa con lo stesso Salvini per aver “sfruttato” quel titolo, stigmatizzandolo nel corso dei suoi appuntamenti elettorali in Emilia-Romagna.

Il direttore del quotidiano fondato da Scalfari e oggi proprietà della famiglia Agnelli, Carlo Verdelli, prima sul sito, poi sul giornale di giovedì ha risposto con un pezzo dal titolo “Eppure Salvini sa leggere”, in cui sostiene una tesi davvero curiosa, quella secondo cui il titolo a caratteri cubitali “Cancellare Salvini” era «una sintesi» dell’intervista a Delrio, e sottintendeva  (testuale): «eliminare tutta la scia di disumanità lasciata in eredità da Salvini, cancellare la spirale di paure contro lo straniero da lui fomentata con brutale insistenza».

Come dire che se qualcuno, per spiegare che bisogna cancellare gli errori della politica estera del governo di Israele sintetizzasse con “Cancellare Israele”… Andrebbe immediatamente in galera per incitamento all’odio.

Però Verdelli non si ferma qui, anzi attacca Salvini che «da un palco di Casalecchio di Reno, ha trasformato l’attacco di un esponente della maggioranza di governo alla sua linea sovranista, nazionalista e anche razzista, in una minaccia alla sua persona, in una “istigazione alla violenza senza precedenti”, agitando la prima pagina di Repubblica come fosse un manifesto di caccia all’uomo».

La tesi del direttore, anche dal punto di vista deontologico, non regge. Primo: il titolo non è virgolettato per far capire che si trattava di parole pronunciate da qualcuno. Secondo: quelle parole, nell’intervista, il capogruppo del Pd alla Camera, Graziano Delrio non le ha mai dette. Terzo: la frase non fa certo capire che ci si riferisce ai decreti sicurezza. Quarto: il tono delle parole di Delrio non è così netto e brutale quindi il titolo di copertina è una forzatura della redazione. Non a caso l’intervista, all’interno, è titolata: “Del Rio «Sui migranti non ci accontentiamo di modifiche soft. Serve una nuova legge»”.

Quinto errore: il più grave. Non aver pensato che quel titolo “Cancellare Salvini” appare chiaramente come un incitamento, sembra quasi una delle scritte che, ogni giorno, i Centri sociali vergano sui muri emiliani.

Se, almeno, Repubblica e il suo direttore avessero chiesto tempestivamente scusa avrebbero potuto limitare i danni. Così, invece hanno voluto alimentare lo scontro, mentre ci chiediamo se ci saranno prese di posizione e dure condanne da parte dell’Ordine dei Giornalisti che, in passato, ha stigmatizzato titoli di Libero tutto sommato meno perentori e più ironici, anche se di dubbio gusto.

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