Perché non si parla più di Brexit?

Per anni siamo stati afflitti dal tormentone delle indecisioni di Teresa May (che non erano quelle del popolo britannico). Ora che tutto è chiarito è calato un silenzio imbarazzato...

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Più si avvicina la fatidica data dell’uscita del Regno Unito dall’Unione europea, meno se ne parla. Una inconscia strategia di elaborazione del lutto? Neppure per idea. Gli “eurottimisti” hanno finalmente preso atto che la maggior parte dei britannici non vuole stare – per motivi che non è qui il caso di indagare ma che sono comprensibili – in quel consesso burocratico, tecnocratico, impopolare e impotente che è l’Europa di Bruxelles e di Strasburgo.

Dispiacerà a chi fa affari con l’UK, a chi ama lo stile di vita british, a chi ci vive da esule privilegiato, ma le cose stanno così.

Se le modalità e gli sviluppi politici che hanno portato al distacco sono stati oggettivamente confusi, dilettanteschi, abborracciati e contraddittori, il responso popolare finale, che ha decretato la vittoria elettorale di Boris Johnson e, dunque, la preferenza per il leave, è ormai incontestabile e altro non si può far che prenderne atto.

Inutile raccontare ancora la vecchia favola secondo la quale gli inglesi non hanno capito nulla, hanno votato male, sono stati indotti in errore. Non è così. Più che farsi un giro per a cosmopolita Londra bisogna raggiungere la campagna circostante per rendersi conto di una consapevolezza maturata fin da quando Margaret Thatcher batteva i pugni su come si andava costruendo la comunità di Stati che sarebbe poi diventata l’Unione Europea. La lady di ferro non faceva mistero del suo europeismo storico-culturale, testimoniato dal meraviglioso discorso di Bruges, alla vigilia della sua uscita di scena, ma si rendeva conto che la Gran Bretagna ha subìto l’ingresso nella UE, per motivi geopolitici più che economici, ma non ha mai amato l’operazione che la costringeva ad accettare l’egemonia franco-tedesca.

Anche, l’europeismo culturale degli inglesi è incontestabile ma con l’orgoglio “imperiale” che si ritrovano non hanno potuto accettare, se non fino ad un certo punto, la convivenza con un mondo che sentivano sempre più estraneo. Vi sono ragioni “sentimentali” più che politiche che guidano e giustificano le stesse scelte di governo e perfino le alleanze tra gli Stati. Questo dato psicologico non è stato colto, e Theresa May non l’ha capito, come non l’aveva capito David Cameron.

In sintonia con il popolo (a parte Nigel Farage, avventuriero occasionale della lotta politica britannica) Boris Johnson, per quanto scapigliato, ha saputo cogliere il sentimento dell’elettorato e rilanciarlo contro un decrepito Labour rappresentato da un vetero-marxista come Jeremy Corbin, insensibile a tutto tranne che a farsi sollecitare dalle lusinghe del potere.

Di fronte all’Europa franco-tedesca i britannici hanno capito che il loro benessere (ma non sappiamo se sarà tale anche in futuro) non può che prescindere dalle logiche di Macron e Merkel o dei loro successori.

Già prima, la scelta di non entrare nel circuito di Schengen, di non accettare la moneta unica, di sollevarsi dalle polemiche sull’immigrazione (posto che la Gran Bretagna era già il cuore di un impero multiculturali e multi- identitario) erano elementi che militano dalla parte della Brexit. così come non è da sottovalutare la presenza – che verrà rilanciata – del Commonwealth nell’universo politico ed economico britannico.

Il silenzio dei media europei nelle ultime settimane è significativo del fatto che la maggioranza degli interessati (cioè i sudditi di Sua Maestà) due conti se li sono già fatti e hanno realizzato che sarà inevitabile e indispensabile istituire rapporti bilaterali rafforzati. La Gran Bretagna potrà così scegliersi i suoi partner e questi avranno tutto l’agio di contrattare da pari a pari senza vincoli “unitaristi” e, dunque, senza chiedere permessi impropri a Bruxelles o a Francoforte, per realizzare progetti economici, finanziari e culturali che, se non ostano con le politiche dell’Unione, potranno dare vantaggi anche a chi rimane in essa.

Se l’esperimento, chiamiamolo così, dovesse funzionare, è credibile che si metterebbe in moto un processo quantomeno di revisione dell’Unione a vantaggio degli Stati europei che già contestano questo organismo, e non da oggi.

Insomma, chi è stato in Inghilterra in queste settimane si è reso conto che sui volti della gente non vi sono i segni di uno sfacelo annunciato, di un’Apocalisse temuta – come è stato fatto credere – ma di speranza. Al di là dello sciovinismo britannico (un tassista mi ha detto, esagerando, che “finalmente” staranno meglio e non hanno bisogno di niente), si respira un’aria di tranquillità.

Perfino nella City il clima non è cambiato. Si è più preoccupati per le “mattane” dei duchi del Sussex che per le reazioni a un voto libero e popolare che ha deciso del destino di un Paese ad alto tasso democratico. Può non piacere a molti, soprattutto tra giornalisti e opinionisti dem, ma è così. E se la May non avesse perso tempo prezioso, probabilmente le cose starebbero a un punto più avanzato e meno conflittuale.

Dunque, il silenzio, imbarazzato è quasi d’obbligo. Tranne per alcuni che hanno interessi specifici, come certi giornali inglesi che insistono che il mercato dell’auto è in calo per colpa della Brexit. Peccato che tale mercato sia in calo vertiginoso in tutta Europa, mentre dovrebbero aggiungere (ma non lo fanno) che l’economia inglese cresce dell’1,3%, l’occupazione registra dati assai incoraggianti (disoccupati al 4%… mentre in Italia o in Francia quanti sono?), i salari aumentano.

Il silenzio si addice a un’Europa che si sfarina sotto i nostri occhi ed è in piena confusione, anche davanti ai teatri di guerra che si affollano alle sue porte.

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