“Il collezionista di venti”, opera dello scultore Edoardo Tresoldi, a Pizzo calabro

La Calabria dei record negativi vuole svoltare

Quasi un accorato appello, quello che giunge da questa Regione meravigliosa che non vuole arrendersi ai luoghi comuni e alla rassegnazione del malgoverno

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Dal nostro corrispondente –
«Davvero succedono queste cose?». Ecco la domanda, che mi sono sentito ripetere più volte da quando ho iniziato a collaborare come corrispondente dalla Calabria. Una domanda che non nasce dal dubbio che le fonti sulle notizie siano poco attendibili, ma da quanto alcuni eventi accaduti in questa Regione sembrino paradossali visti a 1.000 chilometri di distanza.

Viene in mente – per esempio – lo stupore di pochi giorni fa alla notizia della chiusura di alcuni impianti sciistici “causa neve” (nessuno aveva pulito le strade per arrivarci…) oppure l’imbarazzante vicenda della Prefetto di Cosenza, Paola Galeone, indagata per aver “estorto” 700 euro (non 7 mila o 70.000) a un’imprenditrice.

Questo stupore, unito ai troppi record negativi della Calabria (ultima per assistenza, per reati ambientali, per Pil pro capite), si rafforza parlando di come la ’ndrangheta devasti ogni possibilità di futuro e, soprattutto, di come la classe politica sia inadeguata. Il rischio, però, è quello della rassegnazione (per noi calabresi) e dello stereotipo accusatorio (alla Massimo Giletti) per gli altri.

Per una volta, allora, vorremmo provare a guardare la Calabria con occhi diversi. Così, pur nel minimo eco che stanno avendo le elezioni regionali, abbiamo prestato attenzione ai temi che i leader locali (e nazionali) utilizzano per aumentare i loro consensi.

Senza troppe differenze tra destra e sinistra, la centralità dei discorsi ricade sempre sul raggiungimento della “normalità” che, da queste parti, sembra ormai un privilegio. Lavoro, trasporti e sanità, alcune tra le parole più ripetute; tutte materie nelle quali collezioniamo altri risultati negativi: uno dei tassi di disoccupazione più elevato d’Europa, una linea ferroviaria inadeguata (con l’alta velocità che si ferma a Salerno, forse per non ripetere il dramma trentennale dell’autostrada Salerno-Reggio Calabria) e, per finire, una sanità commissariata con una percentuale sempre maggiore di calabresi che preferiscono curarsi fuori Regione.

Di pari passo a questo camminano situazioni più articolate come la recente operazione del procuratore di Catanzaro, Nicola Gratteri, “Rinascita Scott”, che ha portato a oltre 300 arresti tra le cosche della ’ndrangheta, tra cui anche membri della pubblica amministrazione.

Difficile capire tutto questo per chi non è nato qui. Per chi si può curare vicino a casa, per chi va all’estero solo per studio o per chi non deve emigrare per fare un’esperienza lavorativa o per cercare una vita dignitosa, senza dover bussare alla porta dell’amico dell’amico…

Senza cadere nei luoghi comuni o, peggio, nell’idea che il mondo fuori dalla Calabria sia tutto oro e qui, invece, sia tutto letame, è anche vero che troppo spesso noi calabresi ci siamo abituati al paradossale come se fosse normale, alla sfiducia verso lo Stato e le sue istituzioni corrotte e al dover ringraziare “l’amico dell’amico” chi ci fa un contratto part time (se va bene) o, peggio, ci fa lavorare, anche 10 ore, ma in nero. Questo stato di cose oltre a essere triste è, allo stesso tempo, pericoloso; perché alimenta il potere di chi tira i fili, di chi è arricchito più o meno illecitamente e di chi offre le relative coperture legali distruggendo ogni speranza di cambiamento.

Cosa fare allora? Una “rivoluzione”, un cambiamento profondo, può partire solo da noi calabresi: questo lo si dice sempre. Ma non si aggiunge che la forza di questa volontà di cambiamento deve nascere dal nostro amore per questa terra. Non parliamo solo di Tropea e dei castelli aragonesi, dei nostri due mari cristallini o della natura ancora incontaminata della Sila. “Incontaminato” deve essere tutto quello che i nostri occhi vedono e che i nostri piedi calpestano. Incontaminato dalla convinzione di non potercela fare, dal cercare sempre scorciatoie o giustificazioni… dalla rassegnazione – anche elettorale – che spinge a votare “l’amico dell’amico” perché fa “sistema”.

Sappiamo che la politica nazionale difficilmente muoverà un passo se non saremo noi i primi a sviluppare una reazione. A dimostrare di non volerci rassegnare a un futuro mediocre.

Solo allora le perplessità di chi si chiede «davvero succedono queste cose?» saranno placate o, al massimo, potremo fare dell’ironia su casi isolati che oggi, invece, sono la normalità.

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