Foto: Esercito Italiano

Sotto le bombe con pistola e manganello

«In Italia, negli ultimi decenni, è stato silenziato il dibattito sui temi della politica estera e della sicurezza e ora ci troviamo di fronte a un Paese totalmente incapace di discutere con cognizione del ruolo e della funzione delle Forze Armate in un mondo pericoloso e fuori controllo».

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Sotto le colonne del porticato di Piazza della Repubblica a Roma due soldati in mimetica proteggono la sede della Turkish Airlines. Se avessero almeno un’arma lunga potremmo pensare a un impiego in funzione anti-terrorismo. Armati solo di manganello e pistola servono più probabilmente come deterrenza rispetto ai movimenti antagonisti romani che ogni tanto occupano la sede della compagnia di bandiera turca in solidarietà con i curdi siriani.

Nel frattempo, quasi mille commilitoni dei soldati di Piazza Repubblica sono finiti sotto le bombe di Teheran mentre addestravano le reclute curdo-irachene. La loro “colpa”? Quella di avere la base troppo vicina a quella Usa, colpita dai razzi iraniani in ritorsione per l’uccisione del generale Soleimani. Ma qual è la giusta soglia della sicurezza che deve essere gestita dai militari? Con quali mezzi e addestramento? Per quali fini?

La crisi Iran-USA ha timidamente aperto un dibattito sulla presenza dei nostri militari impiegati all’estero, sulla loro sicurezza e sulla necessità di impiego in così tanti teatri del mondo. In questi giorni gli italiani stanno scoprendo accidentalmente dai media non solo che i nostri militari in Iraq possono venire coinvolti in un conflitto, ma anche che, in quel Paese, ne abbiamo quasi mille e che siamo quindi il secondo contingente dopo gli USA. E che basta un tratto di penna del presidente americano con cui ordina l’eliminazione di un generale avversario per metterli in pericolo. Con buona pace dell’articolo 11 della nostra Costituzione.

È ovviamente giusto, in una democrazia, mettere in discussione le motivazioni della nostra presenza militare nel mondo ma questo è un passaggio che va fatto da Paese maturo. Non è possibile fare questo dibattito con un’opinione pubblica che si accontenta di un’informazione di massa assolutamente carente sui principali temi internazionali e di sicurezza, che rifiuta ogni ragionamento serio sugli interessi nazionali e sul come tutelarli, e che si sveglia all’improvviso scoprendo di avere mille uomini a un passo dalla guerra.

Certo, i due anni passati con un Ministro della difesa dei 5 Stelle che ha spinto la comunicazione e la retorica istituzionale delle Forze Armate sui ruoli non militari (funzione duplice uso, protezione civile, ordine pubblico, emergenze, cooperazione) rende tutto ancora più problematico. Ma il problema, purtroppo, è molto più profondo e culturalmente più radicato del semplice fattore politico momentaneo.

Per valutare qual è la presenza ottimale dei nostri militari all’estero, quali sono i teatri prioritari da cui non possiamo ritirarci e quali quelli in cui la nostra presenza può essere ritenuta marginale, è necessario partire da due importanti valutazioni tratte dall’esperienza ormai piuttosto lunga, di tre decenni di missioni militari all’estero.

La prima riguarda l’efficienza complessiva dello strumento Forze Armate, che è cosa ben diversa rispetto alla sola capacità di proiezione di contingenti più o meno grandi all’estero nel contesto di missioni internazionali. Uno dei paradossi degli scorsi anni è stato rappresentato dal fatto che la crescita della presenza militare italiana nelle missioni internazionali è coincisa con una decadenza qualitativa complessiva dello strumento delle Forze Armate. Mentre correvamo in soccorso di ogni problema di sicurezza del mondo, anche di quelli creati di nostri stessi alleati o quelli oggettivamente poco importanti per i nostri interessi nazionali, abbiamo trascurato di riformare adeguatamente le Forze Armate.

Per venire incontro alle emergenze, abbiamo abbandonato gli investimenti, la ricerca, lo sviluppo e l’addestramento.

Insomma, per 20 anni abbiamo fatto di tutto per sfasciare il sistema della difesa italiano, al punto che oggi abbiamo una presenza militare all’estero tra la più alta d’Europa a fronte di Forze Armate tra le meno finanziate ed efficienti dell’area euro-atlantica. In aggiunta a ciò, da questo iper-presenzialismo militare abbiamo raccolto ben poco strategicamente, perché abbiamo concepito le missioni militari come stampella di una politica estera debole, eccessivamente multilateralizzata ma, soprattutto, mal condotta da un sistema politico non in grado di raccogliere i frutti.

Il secondo punto da prendere in considerazione è quello relativo alle profonde trasformazioni del sistema internazionale e di sicurezza, che necessitano oggi di uno strumento militare differente rispetto al passato e qualitativamente migliore. Il sistema geopolitico nel Mediterraneo è radicalmente cambiato, dal 2008 in poi, e non vi sono più le condizioni di venti anni fa che spingevano l’Italia e gli alleati a tentare di farsi promotori della sicurezza e della stabilità internazionale.

I ritorni politici dalle missioni militari all’estero sono divenuti più incerti e aleatori, anche perché gli stessi rapporti tra alleati sono divenuti più ambigui e contraddittori. Nel frattempo, il potere internazionale si sta frantumando tra tanti attori medi e medio-piccoli, con molte potenze emergenti o di ritorno che approfittano dei vuoti geopolitici per erodere vantaggi strategici.

Ecco dunque che – per rispondere alla domanda se dobbiamo tenere militari all’estero: quanti, perché e dove – dobbiamo prima rispondere ad altre due domande: a che punto è l’efficienza del nostro sistema militare nazionale e quanta sicurezza possiamo permetterci di proiettare all’estero? Quali nuove minacce si stanno configurando all’orizzonte a cui la Difesa è chiamata a rispondere nei prossimi dieci o quindici anni?

Purtroppo, né l’opinione pubblica italiana, né la cosiddetta società civile e neanche il mondo della politica posseggono la cultura necessaria per maneggiare questi temi.

Per coprire queste mancanze, in Italia, negli ultimi decenni, è stato progressivamente silenziato il dibattito strategico sui temi della politica estera e della sicurezza internazionale e ora ci troviamo di fronte a un Paese totalmente incapace di discutere con cognizione del ruolo e della funzione delle Forze Armate in un mondo divenuto ormai chiaramente pericoloso e fuori controllo.

Anche se i pericoli e le minacce sono letteralmente alle porte di casa – come la situazione in Libia, Siria e, in parte, nei Balcani ancora dimostra – siamo ormai accecati da una miopia strategica, evidente non solo nell’opinione pubblica ma anche nelle forze politiche del Paese e a tratti nelle stesse istituzioni.

Ecco dunque che porre la riflessione sui nostri soldati all’estero nel momento sbagliato vuol dire sbagliare due volte. In quanto non è possibile rispondere alla domanda “perché abbiamo dei militari all’estero” senza aver prima posto il problema del ruolo dell’Italia nel mondo e aver fatto una chiara mappatura delle trasformazioni che stanno avvenendo nella nostra regione euro-mediterranea e nella sicurezza internazionale.

È chiaro che è necessario riportare la partecipazione alle missioni militari nell’ambito di un quadro di sicurezza nazionale ma questo quadro va prima profondamente restaurato. Soprattutto, ha bisogno di un committente che ne richieda la realizzazione: senza un pubblico che esige l’opera, essa è destinato a rimanere una bozza incompiuta. È ora di educare il pubblico italiano all’arte delle relazioni internazionali e alle loro tante asperità.


= Paolo Quercia è docente di Studi strategici all’Università di Perugia. Analista e consulente per le relazioni internazionali ha lavorato per il Ministero dello Sviluppo Economico, il Ministero degli Affari Esteri, il Centro Alti Studi per la Difesa e con numerosi think tank italiani e stranieri.

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