Follia senza limiti: l’era dei “correttismi”

Una volta esistevano solo “barbarismi” e “neologismi” adesso siamo in un tempo in cui il politicamente corretto modifica anche la lingua

tempo di lettura: 7 minuti

Il nostro linguaggio sta cambiando. Così, accanto alle parole derivate da lingue straniere (i cosidettit barbarismi) e a quelle di nuova coniazione (neologismi), ecco spuntare anche le parole da si devono usare per avere un linguaggio “politically correct”. Sono soprattutto parole che, per fortuna, in Italia ancora in pochi usano, mentre negli Stati Uniti ma, soprattutto, in Gran Bretagna sono diventate oggetto di una durissima lotta per imporne l’utilizzo; anche se sono termini che portano a uno stravolgimento della lingua madre.

Insomma, una vera “rivoluzione lessicale” in nome di un ipocrita “rispetto delle minoranze” che diventa, invece, una vera e propria dittatura del conformismo nei confronti della maggioranza di persone che vorrebbe continuare a usare (senza nessuna offesa) parole che hanno lo stesso significato da migliaia di anni.

Ricordiamo che il “politically correct” nasce, come movimento, ovviametne negli Stati Uniti per rivendicare il riconoscimento delle minoranze etniche, di genere e, come ci ricorda la Grammatica Italiana edita dalla Treccani «una maggiore giustizia sociale, anche attraverso un uso più rispettoso del linguaggio».

Uso rispettoso che, invece, si sta trasformando in autentico delirio verbale. Il primo libro che se ne occupa è il pamphlet: Una pernacchia vi seppellirà. Contro il politicamente corretto (Castelvecchi, 2019) del linguista Massimo Arcangeli, in cui denunciano questi eccessi verbali, ridicolizzandoli, perché certe definizioni sono più degne come battute per un film di Checco Zalone che altro.

Da tempo (Boldrini docet) le femministe sono impegnate a “femminilizzare” termini maschili come ministra, sindaca, avvocata (mentre a nessun uomo passerebbe mai in mente di scrivere giornalisto o dentisto). Però anche la Boldrini è superata e pericolosamente “scorretta” perché adesso dovremo fare i conti con il linguaggio “neutro”, asessuato, gender… Quindi sarà vietato parlare di uomini e donne (solo “persone”), padre e madre (genitore) maschile e femminile (vietati…).

Non è uno scherzo. Sono le nuove frontiere del politicamente corretto. In Gran Bretagna si stanno già trasformando in battaglie legali con tanto di arresti e processi; con giornali che si autocensurano per paura di essere denunciati.

Sotto processo, per esempio, è finita Caroline Farrow, direttrice di CitizenGo Uk (periodico dell’organizzazione che, recentemente, ha fatto in modo che la piccola Tafida potesse venire in Italia a curarsi). La giornalista è formalmente accusata di “misgendering” (ovvero identificare una persona con il sesso in cui è nata, e non con quello in cui si identifica) per aver scritto “il figlio di…” riferendosi a una persona che invece adesso è diventato “donna”.

È una situazione che sta, ormai, degenerando e diventando davvero grave. Per esempio, proprio le donne, in Francia e in Gran Bretagna, sono entrate nel mirino dei trans. Al centro del contendere l’igiene intima “per donne” e gli assorbenti “femminili”, definizioni che non si potranno più usare perché giudicate non rispettose dei diritti delle persone transgender, ovvero di coloro che dal sesso femminile stanno passando a quello maschile ma ancora usano questi presidi sanitari.

Così, i produttori hanno dovuto rimuovere il logo femminile dalle confezioni degli assorbenti e la Cancer Research UK ha dovuto eliminare la parola “donne” dalla sua campagna per i pap test (l’esame effettuato per prevenire tumori al collo dell’utero) scrivendo che lo screening era: «rilevante per tutti gli individui tra i 25-64 anni con una cervice» (testuale…).

A questo punto dovrebbe, però, insorgere la Boldrini, perché definire le donne usando il maschile “individui con una cervice” ci sembra offensivo. Insomma, siamo alla follia.

Non si può affermare nemmeno che «le donne partoriscono»… Lynsey McCarthy-Calvert, 45 anni, portavoce di Doula Uk, associazione nazionale inglese delle levatrici e assistenti che sostengono le donne nella gravidanza e nei primi mesi di vita del bambino, ha “osato” scrivere questa lapalissiana verità su Facebook. Mal gliene incorse: è stata travolta dalle critiche durissime degli attivisti dei diritti transgender che l’hanno insultata sui social per «il suo linguaggio assolutamente disgustoso». L’accusa che le è stata rivolta è di aver «dimenticato che non solo le donne mettono al mondo bambini». Il riferimento, come per gli assorbenti, è a quei trans che finché mantengono l’apparato genitale e riproduttivo femminile hanno le mestruazioni e potrebbero anche rimanere incinte.

Alla fine, la Lynsey ha dovuto addirittura lasciare l’incarico di portavoce di Doula Uk. A sua volta l’associazione è stata costretta a dichiarare: «Siamo orgogliosi di dire che cerchiamo di ascoltare l’esperienza di gruppi che si sentono emarginati e di apportare modifiche, compresi i cambiamenti alla lingua che utilizziamo, se riteniamo che sia necessario rendere la comunità di Doula più accogliente e solidale». Un linguaggio degno della Pravda degli anni Cinquanta.

Questo è il delirio che ci attende se non si reagiste per tempo prima che sia troppo tardi. Se si vuole censurare l’identità di genere, figuriamoci cosa potrà succedere in tema di religione, pensiero, espressione politica…

Il guaio è che, anche da noi, queste follie stanno prendendo piede e, in prima fila, c’è proprio chi dovrebbe tutelare la libertà di stampa, ovvero l’Ordine dei giornalisti. Basta frequentare uno dei tanti “corsi di formazione etica” resi obbligatori dall’Ordine per rendersene conto.
Nemmeno ai tempi dell’Unione Sovietica la voglia di censura era così forte. Il 9 novembre abbiamo celebrato i 30 anni dalla fine del Muro di Berlino, ora bisogna impedire di erigere questo nuovo Muro del linguaggio politicamente corretto.

 

Lascia un commento

Orwell.live vorrebbe inviarti notifiche push per tenerti aggiornato sugli ultimi articoli