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Perché l’impeachment è un favore a Trump

dal nostro corrispondente da New York

tempo di lettura: 6 minuti

Come abbiamo anticipato all’inizio di questa vicenda, alla fine, sembra stia andando bene proprio a lui. Donald Trump, nella serata di mercoledì ha subito il voto di Impeachment alla Camera, il terzo Presidente nella storia degli Stati Uniti a vivere questa sorte. Le accuse sono abuso di potere e ostruzione al Congresso, in relazione allo scandalo Ucrainagate.

Ma nei giorni in cui il Presidente riceve una macchia dalla storia, che dicono diverse fonti a Washington lo infastidisca più di quanto voglia fare vedere, è Trump in realtà a poter sorridere. Il suo indice di approvazione in questi giorni è alto come mai lo è stato negli ultimi due anni, i Repubblicani si dimostrano compatti al suo fianco in ogni momento e, mentre l’economia vola, per la prima volta il Presidente viene dato vincente dai sondaggi contro tutti i candidati Dem per il 2020.

Mai così dal marzo 2017

Rispetto agli altri Presidenti della storia, che hanno vissuto un indice di gradimento iniziale tendenzialmente alto, condito da oscillazioni e alti e bassi, Trump è sempre stato costante.

È partito più in basso di molti altri, sotto al 50% (Obama iniziò al 68%, Clinton al 54%, Reagan al 51%, George H.W. Bush al 61%) ma non ha mai subito scossoni. La linea del suo indice di approvazione è quasi una linea retta. E ieri, secondo l’autorevole istituto di sondaggi FiveThirtyEight,  che ha fatto una media dei polls curati da Ipsos, Ramsussen, Emerson College, NBC News/Wall Street Journal e YouGov, nel giorno dell’impeachment Trump ha toccato il 43,4% di indice di approvazione, la media più elevata dal 16 marzo 2017. Prima dell’inizio della procedura di Impeachment, i primi giorni di settembre, oscillava attorno al 41,2%.

“Non sembra proprio che siamo stati condannati all’impeachment”, ha detto in apertura di un comizio in Michigan mercoledì sera in concomitanza con il voto alla Camera, davanti a circa 10mila sostenitori. “Il Paese sta andando bene come mai prima. Noi non abbiamo fatto nulla di sbagliato. L’impeachment è un suicidio politico”, ha dichiarato Trump, evidenziando: “Avete visto i numeri dei miei sondaggi nelle ultime quattro settimane? Hanno cercato di condannarmi all’impeachment da quando mi sono candidato ma i Repubblicani non sono mai stati così uniti come lo sono oggi”.

E per la prima volta è favorito

Polarizzare il popolo americano, dividere l’elettorato e congelare la propria porzione di elettori. Sempre spinto dallo stesso motto: “Purché se ne parli”. La strategia della comunicazione di Trump è stata questa fin dai primi comizi del 2015, quando era fresco candidato alle primarie dei Repubblicani. Non si può piacere a tutti, deve essersi ripetuta la campagna di Trump. Basta piacere a una porzione di elettori e, entrati nelle camere del potere, far vedere di mantenere le promesse fatte a quella fetta di americani.

Quattro anni dopo i primi comizi, ora Trump sta raccogliendo i frutti di questa strategia. Un sondaggio di USA Today/Suffolk University, condotto tra il 10 e il 14 dicembre, ha dato infatti Trump per la prima volta vincente contro tutti i candidati di punta dei Democratici, che il 3 febbraio daranno il via alla corsa alla nomination con i caucus in Iowa. Corsa che per altro, in questi mesi, è stata congelata e trascurata dell’opinione pubblica proprio a causa del procedimento di Impeachment.

Secondo USA Today/Suffolk University, Trump nelle elezioni generali vince ora su Biden (44% vs 41%) e Sanders (44% vs 39%), ma anche su Warren (45% vs 37%) e Bloomberg (43% vs 34%), così come su Pete Buttigieg (43% vs 33%).

E adesso?

I sondaggi, in questa fase, lasciano sempre il tempo che trovano e sono soggetti a oscillazioni molto forti. Non solo, i dati di USA Today/Suffolk University sono legati a una media nazionale, che negli Stati Uniti dei collegi e dei grandi elettori conta poco. Danno però un’idea della polarizzazione forte dell’elettorato statunitense sotto Trump, rafforzata per altro negli Stati che saranno decisivi per la conquista della Casa Bianca il prossimo novembre.

Prevedere, allora, cosa accadrà è troppo azzardato. Più facile, invece, è farsi un’idea della seconda fase del processo di Impeachment, che si aprirà al Senato i primi giorni di gennaio, nonostante la Speaker Nancy Pelosi non abbia ancora precisato se e quando gli articoli di Impeachment di ieri, abuso di potere e ostruzione al Congresso, verranno trasmessi dalla Camera.

Senato dove i Repubblicani hanno i voti (53 Senatori sono Repubblicani, 45 i Democratici, 2 gli Indipendenti) e dove, per rimuovere il Presidente, servirà una maggioranza di due terzi. Tradotto: una ventina di Repubblicani dovrebbe votare con i Democratici. Una soluzione che sembra oggi fantasiosa, nell’America polarizzata ai tempi di Trump.

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