La Casa del Popolo di Brescello (RE)

Perché l’Emilia resterà rossa (4): sistemi a confronto

Ultima puntata, tra il serio e il faceto, della nostra inchiesta nel cuore del vero potere che non sarà scalfito dalle elezioni

tempo di lettura: 7 minuti

In Italia ci sono solo due regioni che hanno un sistema produttivo, economico, sociale e amministrativo all’avanguardia. Oltretutto, a seguito del bipolarismo che da 30 anni caratterizza la vita politica italiana, esse rappresentano plasticamente due “modelli” antitetici, l’uno referenziale al centrodestra, l’altro alla sinistra. Stiamo parlando, evidentemente, della Lombardia e dell’Emilia-Romagna.

La Lombardia ha un sistema economico “all’americana”: molto differenziato, privatistico, aperto che è stato capace di evolversi nel tempo sostituendo le industrie con i servizi, rinnovando il sistema agricolo e aprendo alle tendenze internazionali (tv, moda, design, finanza).
L’Emilia, invece, assomiglia di più al modello cinese con un turbo-capitalismo “di stato”, ovvero una forte capacità imprenditoriale tutta però controllata (ve lo abbiamo mostrato nelle tre puntate precedenti) direttamente o indirettamente dal sistema delle Coop a guida (o influenza) prettamente politica.

In campo sociale la Lombardia è diventata un “modello” a partire dal 1995, prima giunta Formigoni, quando in Regione entrò un’agguerrita e preparata pattuglia di giovani manager legati al movimento di Comunione e Liberazione e alle intuizioni sociali di don Giussani. Nacque così la riforma del sistema sanitario che (pur con mille difficoltà) ha fatto della Lombardia la Regione all’avanguardia in Europa. Nacquero, attorno al principio della sussidiarietà, le nuove politiche del lavoro, della formazione, della famiglia che sono ancora fiore all’occhiello di questa Regione.

Un giovane assessore di destra (Marzio Tremaglia) innovò completamente il settore culturale, inventando eventi e manifestazioni di livello mondiale e costruendo una programmazione innovativa per i tempi.

L’Emilia, invece, ha iniziato a costruire il suo “modello” già nel dopoguerra, attorno all’aggregazione organica della struttura ideologica comunista. Il sistema sociale nasce dalle Case del Popolo, quello economico dalle cooperative sociali. Negli anni ’50 e ’60 il PCI trova qui, più ancora che in Toscana, gli uomini giusti che poi “il Partito” immette in tutti i gangli amministrativi. Il Partito garantisce lavoro, carriere, crescita e coperture. Il Partito governa e orienta il “sistema”; sceglie i settori su cui investire, fornisce gli strumenti finanziari.

In Lombardia, ormai da 15 anni, la spinta iniziale data da CL è stata sostituita dalla governance leghista che non ha, però, uno specifico connotato innovativo o un progetto sociale autonomo, anzi, presta il fianco molto facilmente al consolidarsi di “contropoteri” in settori che non vengono più presidiati, come quello della comunicazione e della cultura.
In Emilia-Romagna la crisi politica del Pd e della sinistra passa in secondo piano, sostituita dalla constatazione che, chiunque venga a governare qui non potrà farlo, se non con l’approvazione e il controllo del “sistema”. Ecco perché abbiamo titolato “L’Emilia resterà rossa”.

Per poter cambiare le cose, quello che servirebbe (non solo in Emilia-Romagna ma in tutta Italia) è un nuovo progetto politico-sociale, lontano dagli stereotipi ottocenteschi, proiettato alle nuove esigenze dell’uomo e alle nuove sfide della tecnologia.

Nulla di questo esiste oggi nei partiti… andrà quindi pensato e costruito da movimenti esterni come è stato Comunione e Liberazione, come fu il movimento Cooperativista di fine 800.

…E I NIPOTI DI PEPPONE?

Già, avevamo promesso, sin dalla prima puntata, di scoprire che fine avessero fatto i nipoti e pronipoti di Giuseppe Bottazzi, detto Peppone, sindaco di Brescello, negli storici racconti di Giovanni Guareschi. L’autore ci aveva condotto per mano in quella epopea post-bellica fino a mostrarci un Peppone, ormai bolso, diventare deputato del PCI, con un figlio un po’ ribelle.

Quel figlio – secondo noi – non ha seguito le orme del padre in politica ma ha scelto una carriera meno complessa ed è diventato il presidente di LegaCoop a ReggioEmilia. A sua volta ha avuto una figlia, Maria, laureata al Dams di Bologna. Voleva fare la regista internazionale ma, dopo vari tentativi, è infine approdata alla locale struttura di Rai3 (il cognome conta ancora).

Il di lei figlio, che si chiama Giuseppe come il bisnonno, ha solo quindici anni ma le idee molto chiare. È già sceso in piazza con le sardine e, in futuro, vorrebbe gestire i social di una qualche Ong “anti-heat” per girare il mondo gratis.

Quanto a don Camillo… Beh, ovviamente, lui non ha avuto figli o nipoti. Ricorderete che già il suo posto era stato preso dall’insipido don Chicchì, prete “della distensione”. Oggi la curia emiliana è guidata da un vescovo bergogliano (Matteo Zuppi, quello dei tortellini di pollo per islamici) che segue la nuova dottrina per cui la Chiesa non deve parlare di Cristo, mentre la Fede viene sostituita dalle attività sociali. Una Chiesa Ong, insomma.

In tal senso, lo Zuppi ha anche prodotto un’opera per nulla autoreferenziale: niente meno che “Il Vangelo secondo Matteo Z”, ovvero secondo lui. Si tratta di un docufilm realizzato anche grazie all’aiuto della nipote di Peppone. Ecco perché, in questi giorni, il giovane Giuseppe Bottazzi jr. (detto amichevolmente Peppino) è stato visto discutere animatamente con don Kalela Salim, il prete sudanese inviato dal vescovo come responsabile di 4 parrocchie ormai semi-deserte, tra cui Brescello.

Il giovane Bottazzi vorrebbe costituire (con il placet del vescovo) “le sardine di Brescello” e per questo ha chiesto di usare l’ormai abbandonata sede degli scout, perché la Casa del popolo (costruita dal bisnonno) è stata messa in vendita. Pare, però, che il sacerdote africano (molto più “tradizionalista” dei suoi colleghi italiani) si sia opposto… Voci malevole, certo messe in giro dai reazionari, affermano di aver sentito Peppino dargli del “Pretone nero”, in termini dispregiativi. Sicuramente alludeva alla tonaca, forse alle idee… non certo alla razza! Vogliamo scherzare, mica parliamo di Balotelli?

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