Primo maggio 2019 a Bologna: la piazza rossa

Perché l’Emilia resterà rossa (2): il controllo sociale

Sono ancora troppo potenti e condizionanti gli apparati socioeconomici costruititi dal PCI e mantenuti in vita fino a oggi

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Intendiamoci, è anche possibile che Lucia Bergonzoni, la candidata del centrodestra, riesca a battere il super favorito Stefano Bonaccini, rappresentate del settantennale apparato di potere comunista e post-comunista dell’Emilia-Romagna. Anche se fosse, però, non è detto che le cose possano davvero cambiare e che “quel” potere venga anche solo minimamente scalfito dalla nova amministrazione.

Troppo radicato per essere sostituito, troppo potente per essere licenziato, troppo pericoloso per essere combattuto.

Infatti, se è vero che sono già diversi i Comuni di questa Regione in mano al centrodestra: da Piacenza a Ferrara, da Rimini a Forlì, altrettanto vero è che mai nulla è cambiato nei rapporti di forza e di controllo del “sistema Emilia”.

Nel passato, si ricorda persino un sindaco di Bologna di centrodestra: Giorgio Guazzaloca (dal 1999 al 2004). Appunto Guazzaloca è l’esempio dell’impossibilità di cambiare le cose senza un progetto sociale e un apparato amministrativo da poter sostituire a quello esistente. Guazzaloca fu eletto (come indipendente) a Bologna solo perché faceva parte, comunque, del “clan Prodi” (in quel periodo contrapposto al governo di D’Alema che, infatti, fece poi cadere). Fu un buon sindaco ma non toccò assolutamente nulla, non rimosse un solo funzionario dell’apparato, non cambiò alcunché, né propose nuovi progetti e non si permise mai neppure di dire “qualche cosa di destra”. Per quanto bravo e onesto (altra dote rara), ovviamente, nelle successive elezioni, fu sostituito da un super-rappresentante dell’apparato storico: Sergio Cofferati, ex-segretario della CGIL.

Parlare della CGIL significa, nuovamente, addentrarsi nella mappa dei veri “poteri forti” emiliani; sebbene ormai la sua importanza sia decisamente diminuita. Sono finiti, infatti, i “bei tempi” del proletariato con il fazzoletto rosso pronto a mobilitarsi per epici scioperi in grado di bloccare la produzione agraria e industriale. Ormai il suo potere è limitato (si fa per dire…) al pubblico impiego, essendo totalmente egemone in tutti gli uffici pubblici, le scuole, le Università e tra dipendenti e funzionari di tutte le partecipate. Questo le consente comunque di presidiare i gangli decisionali, anche se il numero dei suoi iscritti è in costante calo, a stento compensato dal crescente numero di pensionati.

Una struttura che, invece, non conosce crisi è l’ARCI (Associazione Ricreativa e Culturale Italiana), con più di un milione di iscritti a livello nazionale, di cui oltre un quarto proprio in Emilia (266.000 nel 2016).

I circoli Arci si occupano ufficialmente di cultura, turismo, servizio civile… In realtà gestiscono qualsiasi attività sul territorio. Godono di immobili pubblici gratuiti, ricevono finanziamenti a pioggia e alcuni circoli sono diventati vere e proprie imprese che iscrivono a bilancio entrare per milioni di euro. Parliamo (solo in Emilia) di entrate ufficiali per almeno 1,5 milioni di euro, cui bisogna sommare una cifra forse doppia di entrate “in nero”, come denunciato in varie inchieste giornalistiche che non hanno mai avuto seguito giudiziario.

L’ARCI, inoltre, è “federata” con altre realtà, nate e cresciute all’ombra di questo potere che garantisce benefici, contributi e immunità: da Lega Ambiente a Slow Food, fino al ramo sportivo, ovvero l’UISP, oggi Ente di Promozione sportiva riconosciuto dal CONI, ma anch’esso nato (come l’ARCI) ai tempi del Partito Comunista. Si tratta, come detto, di strutture a livello nazionale, ma è proprio e soprattutto in Emilia-Romagna che hanno la loro forza maggiore (più ancora che in Toscana).

In pratica, ancora oggi, è sostanzialmente impensabile organizzare un evento di rilievo: che sia un concerto, una gara sportiva, un programma turistico, un festival o una fiera, senza appoggiarsi nell’apparato ARCI; senza coinvolgere le sue strutture dirette o federate e senza riconoscere loro un tornaconto economico.

Senza parlare, poi, della opprimente censura politica e ideologica imposta da queste organizzazioni “politicamente corrette”, che arriva a controllare non solo eventuali idee espresse nell’evento, ma anche quelle professate dagli organizzatori in privato.
Purtroppo, il nostro viaggio alla scoperta dei tentacoli della “piovra rossa” non è ancora terminato. Se ieri abbiamo parlato del sistema Coop e oggi di CGIL, ARCI e UISP, ancora ci aspettano le casseforti più ricche: Unipol e Bologna Fiere.

(2 – Continua)

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