INCHIESTA: perché l’Emilia resterà “rossa” (1)

Si può sempre sperare nel cambiamento, ma questo deve essere prima sociale poi politico

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Le elezioni regionali. seppur posticipate al limite estremo, ormai si avvicinano. Sempre più saremo sopraffatti dal turbino di dichiarazioni, sondaggi, insulti, promesse, inchieste della magistratura, minacce, manifestazioni, numeri, slogan… Fino alla nausea.
Il tema è conosciuto: il centrodestra (ma in primis la Lega) tenteranno di scalzare, per la prima volta nella storia del dopoguerra, il radicato potere della sinistra (ex partito comunista) nella regione storicamente più rossa d’Italia.

Può anche darsi che ci riescano con i voti – interpretando così il desiderio di cambiamento della popolazione – ma non ce la faranno mai “politicamente”. Non subito almeno.

Cerchiamo di spiegare le ragioni di questa affermazione.
Prima di tutto l’Emilia non è solo una roccaforte politica è, prima di tutto, una cassaforte economica. Qui la sinistra ha costruito, con 70 anni di programmazione e investimenti, il più complesso meccanismo economico e para-sociale che il nostro Paese conosca: le Coop…

Coop è termine generico che sottende una galassia di società e consorzi di tutte le dimensioni e in tutti i rami aziendali possibili e immaginabili: dalla produzione ai servizi, ma tutti legati, non solo da una comune origine “sociale” e, spesso, politica ma, oggi. anche dal comune interesse di mantenere in vita le agevolazioni normative e fiscali che hanno consentito all’universo delle cooperative di risultare sempre più concorrenziali sul mercato risposto ad altre aziende private.

Quando si dice “Coop”, però, si pensa prima di tutto (giustamente) alla gigantesca holding della grande distribuzione (con sede centrale a Casalecchio di Reno). Ecco, appunto, questo è l’archetipo di ciò di cui parliamo. Un gigantesco e complesso impero con quasi 60.000 dipendenti e un fatturato che supera i 15 miliardi di euro.
Una rete di supermercati, ipermercati e centri commerciali, quella della Coop, che può permettersi di “concorrere” con quelle dei privati, pur avendo alle spalle un apparato molto più complesso e oneroso, perché gode di un regime fiscale più favorevole, oltre che di potenti aiuti politici sui territori locali.

Al riguardo bisognerebbe assolutamente rileggere il libro “Falce e carrello”, la drammatica denuncia del fondatore di Esselunga (Bernardo Caprotti, oggi defunto) il quale, più di 10 anni fa, denunciò il sistema di soprusi, minacce, ricatti e ingiustizie nel settore della grande distribuzione.

Da allora non è cambiato nulla. Solo il secondo governo Berlusconi nel 2003, nell’ambito della Riforma del diritto societario, cercò di riformare il sistema delle Coop, avvicinandole al regime (anche fiscale) delle spa e delle srl. Una autentica bomba, che scatenò il panico (e centinaia di licenziamenti) nella complessa rete di cooperative e consorzi.

Come spesso avviene in Italia, però, i decreti attuati in materia stentarono a essere varati fino a che, nel 2006, tornò Prodi (autentico oligarca della roccaforte e cassaforte rossa emiliana) e il provvedimento fu riformato e sostanzialmente sterilizzato.

Se le Coop “rosse” sono sicuramente il fiore all’occhiello di un sistema economico che, proprio in Emilia, ha il suo cuore pulsante e il cervello nevralgico e strategico, non sono però l’unica centrale di potere. Nelle prossime puntate ci parleremo di: Arci, Unipol, Eataly-Fico, Sistema Fiere…
Soprattutto però vi parleremo dei nipoti di Peppone. Perché, per capire l’Emilia bisogna capire ciò che Guareschi non ha più potuto raccontarci.

(1 – continua)

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