Democratici USA a confronto: aspettando Bloomberg

Ad Atlanta si è tenuto il quinto dibattito in casa democratica ed erano sempre dieci (per ora) gli sfidanti sul palco.

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Come da previsioni, l’apertura del dibattito è stata focalizzata sulle dichiarazioni dell’ambasciatore Sondland nell’inchiesta sull’impeachment per il presidente Trump. Tra le dichiarazioni di condanna contro Trump, spicca quella di Sanders, il quale ha affermato che «parlare di Trump e impeachment non è sufficiente per il 2020, perché altrimenti si perderanno le elezioni». Un segnale di rottura, quello invocato dal senatore socialista, che riprende una linea che molti credono sia quella giusta da seguire ma pochi, invero, predicano davvero.

Nella miriade di argomenti trattati – dall’economia alla lotta al cambiamento climatico – per la prima volta si è parlato anche di leggi elettorali.

Il senso della domanda posta abbracciava, più in generale, le stesse opportunità di voto per i cittadini. Buttigieg – su cui più avanti ci soffermeremo visti i recenti sondaggi in Iowa – ha proposto di abolire il gerrymandering e la voter suppression. Questa dichiarazione ha provocato risposte dure sia dalla senatrice Klobuchar sia dalla representative Gabbard. La Klobuchar ha spiegato, lanciando una frecciatina all’ormai ex sindaco di South Bend, che serve esperienza per modificare le leggi elettorali; mentre la Gabbard ha sfruttato l’occasione per attaccare l’inesperienza in politica estera di Buttigieg, il quale ha ribattuto criticando l’incontro fra l’hawaiana e Bashar Al Assad.

A proposito di Buttigieg, alla luce dei recenti sondaggi in Iowa che lo vedono in testa, non ha risentito delle luci puntate e degli attacchi sporadici – sicuramente meno forti e frontali rispetto a quelli che Kamala Harris prima, e tutti i candidati poi, hanno sferrato contro Joe Biden – che si è visto arrivare. Stando alle prime reazioni post dibattito, Buttigieg si prospetta in crescita nei sondaggi sia in generale sia in Iowa, dove potrebbe iniziare il declino di Biden.

A proposito dell’ex vicepresidente, in cinque dibattiti sono stati più i momenti in cui è risultato deludente che non quelli in è stato arrembante. Il punto più basso, nuovamente, lo ha toccato su Medicare for All. Biden si oppone affermando che più della metà degli elettori democratici non lo vuole. Falso. Oltre il 70% di coloro che risultano iscritti alle liste democratiche si è schierato a favore della riforma sanitaria. Di questo passo, Buttigieg non avrà grossi problemi a rosicchiare i voti moderati che Biden detiene e il trentennale senatore per il Delaware sarà costretto ad alzare bandiera bianca. Da front runner a perdente di lusso.

A proposito di Warren e Sanders. Anche la senatrice contende lo scettro di favorito per la nomination a Biden, mentre Sanders riscuote maggiore successo e rosicchia punti quando si comporta come se fosse nel 2015/2016. Basti pensare che, durante il dibattito, il senatore del Vermont ha ripetuto la sua famosa frase su Medicare: «i wrote the damn bill», riscuotendo applausi e reazioni nel pubblico. Dopo lo spauracchio dell’infarto, il vecchio socialista appare in ripresa. Il dato è confermato anche dalla percentuale bulgara del 38% di persone fra i 18 e i 34 anni che si dice disposta a votare per lui.

Se la Warren in questa speciale classifica è distaccata di ben 15 punti percentuali, è tutto merito di come Sanders abbia deciso di condurre la campagna proprio dopo i problemi di salute e dell’appoggio di Alexandria Ocasio-Cortez e delle sue colleghe democratiche, capaci, a onore del vero, di influenzare molto l’opinione dei giovani.

Nella speciale classifica dei votanti con più di 65 anni, invece, Sanders e Warren sono distaccati – il primo è al 7% contro il 44% dell’ex VP, la Warren è al 16% e non si intravedono grandi margini di miglioramento. Per essere più chiari: se a prevalere sarà uno fra Sanders e Warrwen, sarà più facile far convergere il voto dei giovani, se dovesse spuntarla Biden avverrà l’opposto nel voto fra gli anziani.

In tutto questo, si potrebbe inserire Bloomberg. L’ex sindaco di NYC è pronto a partecipare al prossimo dibattito, a dicembre ma, essendo accreditato al 4%, non impensierirà molto i primi tre.

È proprio questa incertezza, tuttavia, ad aver spinto il multimiliardario a scendere in campo. Se sarà un fuoco di paglia o una tempesta lo sapremo a breve, anche se, carte alla mano, è più facile che la data di inizio e di chiusura della campagna di Bloomberg coincidano.

E Trump? Al netto delle dichiarazioni sull’impeachment (che si riveleranno fumo negli occhi), per la prima volta, il Presidente è dato avanti contro tutti i candidati democratici in Wisconsin. Su scala nazionale, i dati sono gli stessi che circolavano nel novembre 2015, con i democratici avanti rispetto a Trump. La sfida è lunga e sarà estenuante ma Trump ha tanti motivi per sorridere.

Infine, una menzione merita la qualità del dibattito. Mai come ad Atlanta si erano toccati picchi così bassi. La sensazione percepita era di noia, come se tutte le cartucce fossero già state sparate nei primi incontri. L’elettricità che nel 2015, era percepita nella marea di candidati repubblicani, non è presente in casa democratica.

Il detto recita: “se Atene piange, Sparta non ride”. Oggi, invece, se i democratici piangono, Trump ride di gusto.

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