Doping e sport (5): la tempesta Zeman

Le accuse del tecnico e le inchieste di Guariniello determinano una svolta nella lotta al doping anche nel calcio

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Introverso, musone, la voce monocorde, l’immancabile sigaretta all’angolo della bocca, consumata con l’eleganza di un Toni Servillo. Nel calcio, il suo sport, non ha mai vinto nulla, eppure è considerato, unanimemente, uno degli allenatori più importanti della storia del nostro campionato.

Malgrado ciò, reputarlo un “perdente di successo” tratteggerebbe solo una sintesi brutale e ordinaria del boemo Zdeněk Zeman, una sinossi incapace di rendere giustizia all’uomo prima che allo sportivo.
Perché di partite, Zeman, ne ha vinte tante, sviluppando pure un calcio poetico, d’attacco, fatto di trame rapide e agili fraseggi frutto della fatica e dell’elaborazione tattica, provata e riprovata in allenamento.

D’altra parte, i successi nello sport non sono scanditi solo dall’esibizione di una medaglia oppure da un trofeo alzato al termine di una finale.
Esistono anche vittorie bellissime, incardinate sull’etica sportiva e sulla sana competizione. Successi che non troveranno magari spazio in almanacchi e albi d’oro, ma saranno certamente custoditi nel cuore degli appassionati.

È il caso, per esempio, del “campionato” più bello di Zeman, quello giocato contro il doping (nonostante l’esito giudiziario abbia solo in parte accolto le tesi dell’accusa).

Parliamo di una vittoria parziale (alla luce del pronunciamento della Seconda Sezione Penale della Corte di Cassazione che, pur accogliendo il ricorso della Procura, ha dichiarato scaduti i termini di prescrizione, circostanza che ha salvato l’ex amministratore della Juventus, Antonio Giraudo, e il responsabile del settore medico del club torinese, Riccardo Agricola, dall’accusa di doping e frode sportiva)[1], insipida, eppur significativa, perché capace di macchiare i successi bianconeri della seconda metà degli anni ’90, gravati, è il caso di dire, da qualche legittimo sospetto.

Probabilmente non immaginava, Zeman, il polverone che avrebbe alzato con l’intervista rilasciata al settimanale L’Espresso il 13 agosto 1998[2], in cui denunciò l’abuso di pasticche negli spogliatoi delle società di calcio.
«Sono un uomo di sport – dichiarò il tecnico boemo -. Capto le voci, le atmosfere che girano nell’ambiente. Sento e vedo che non solo nel ciclismo, ma anche nel football, si cerca di sopperire alle carenze di preparazione coi prodotti di farmacia. Nel calcio non c’è ancora stato lo scandalo esplosivo. Ma tanto più uno sport è importante, tanto più si addensano i pericoli. So di molti medici che sono passati dalla bicicletta al pallone. So di molte società di serie A che si avvalgono dell’opera dei farmacologi. Ecco, bisogna evitare che il campionato diventi come il Tour».

IL “DOPO ZEMAN”

L’intervista a Zeman segna una svolta per tutto il sistema antidoping italiano.
Una struttura (quella esistente nel 1998) irreprensibile da un punto di vista scientifico, eppure carente da quello dell’organizzazione delle procedure e della tracciabilità.
Una circostanza che non delimitava il campo al solo sistema italiano, ma che riguardava l’intero sistema antidoping internazionale.

Al tempo, solo per fare un esempio, il campione di materiale biologico giungeva in laboratorio con il nome e cognome dell’atleta apposto sull’etichetta.
Pratica, oggi, giustamente vietata perché verrebbe meno il principio d’imparzialità che deve sempre essere garantito a chi è sottoposto al controllo.

Con la nascita della Wada (1999), la competenza del Cio è riservata unicamente all’organizzazione degli eventi olimpici.

La Wada interviene drasticamente sul sistema antidoping puntando sulla qualità e creando degli standard che rendono più omogenea l’opera di tutti laboratori accreditati.
Per la prima volta, con una concezione che definiremmo “aziendale”, si riconosce al mondo dei laboratori antidoping un approccio professionale nuovo, fondato sulla conformità a una serie di norme di riferimento.

Se, da un lato, l’inchiesta di Guariniello, come dicevamo, ha scosso il mondo del calcio, dall’altro entra a gamba tesa anche sull’attività del laboratorio antidoping di Roma.
La Procura, infatti, scopre che, nella capitale, si analizzano indubbiamente molti flaconi, puntualmente registrati con i nomi e cognomi degli atleti (modalità usuale nel periodo), ma analizzati senza un sistema di procedure prestabilite, controllati, cioè, “a campione”.

A differenza di quanto avviene oggi, grazie alla tabella delle sostanze vietate redatta dalla Wada, si controllava la presenza, soprattutto di ormoni anabolizzanti, solo su alcuni soggetti mentre su altri no.

LA RIVOLUZIONE PARTE DA ROMA

In sintesi, la Procura s’insospettisce per l’assenza di tracciabilità nelle operazioni del laboratorio. Chi decide il tipo di analisi? Come si sceglie il campione da testare? Mistero.

L’inchiesta sul laboratorio, infatti, non potendo accertare delle responsabilità dirette, finisce nel nulla, ma il risalto internazionale assunto dalla vicenda causa la “sospensione” dell’accreditamento, decretata dal Cio.

Il purgatorio per rientrare nel circuito dei laboratori accreditati, dura circa un anno e si sviluppa in due momenti distinti: il primo, nel marzo del 1999 (con l’accredito di primo livello, che conferisce al laboratorio la possibilità di fare analisi ma non controanalisi), e il secondo nel novembre del 1999, con un nuovo accredito “full”.

Parte, dunque, da Roma una vera e propria rivoluzione. Si scrivono per la prima volta le procedure e si mettono a punto, ex novo, tutti i metodi analitici nell’ottica di migliorare la qualità e ottimizzare le prestazioni. Una “sedizione” organizzativa che, di lì a poco, sarebbe stata intrapresa anche dalla Wada.

Zeman, forse senza volerlo, aveva contribuito ad abbattere, quasi dieci anni dopo, il Muro di Berlino del doping.

(5 – Continua venerdì 22)

Note:

[1] Fabrizio Turco, “Juve, caso doping chiuso. È scattata la prescrizione”, la Repubblica, 30 marzo 2007

[2] Intervista ripresa dal sito www.zeman.org https://www.zeman.org/zeman-not.php?NotID=46

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