Ecco i veri numeri dell’odio on line

La gigantesca campagna mediatica che ha screditato il nostro Paese era fondata su dati sbagliati

tempo di lettura: 8 minuti

Che rapporto hanno certi media con la matematica? La Repubblica e Report sicuramente conflittuale, perché entrambi cercano di piegare i numeri all’interpretazione che fa più comodo in base al “teorema” che intendono dimostrare. Però, alla fine, i numeri sono numeri e la matematica non è un’opinione, per cui le verità viene a galla, sbugiardando e smentendo quanti hanno pontificato in queste settimane sulle cosiddette “fabbriche dell’odio”. Peccato che, a quel punto, il danno sia ormai fatto.

Di Report ci siamo già occupati lunedì scorso dimostrando l’infondatezza delle accuse a Giorgia Meloni e Matteo Salvini di «condivisione di disinformazione, prevalentemente su base di discriminazione razziale».
Oggi ci occupiamo, invece, della campagna scatenata da Repubblica sull’odio on line contro Liliana Segre. Campagna stampa che, come vedremo, è tutta basata su un dato sbagliato.

SI SCATENA LA CAMPAGNA

Tutto inizia il 25 ottobre su Repubblica.it con l’articolo, a firma di Pietro Colaprico, dal titolo: «Antisemitismo: “Liliana Segre, ebrea, ti odio”. La senatrice a vita riceve 200 messaggi online di insulti al giorno».

L’articolo si basava sull’anticipazione dei dati di un rapporto dell’Osservatorio antisemitismo, osservando, sin dal sommario, che la senatrice: «è bersagliata da attacchi politici e religiosi, insulti, maldicenze. A prenderla di mira, a farla diventare un target, sono antisemiti protetti dall’anonimato, altri che lanciano i messaggi da blog e siti di estrema destra, e anche attivisti che credono alle teorie più deliranti».

Un allarme che poi è stato ripreso il giorno dopo dal quotidiano cartaceo, con titoli e commenti in prima pagina; a sua volta ripresi da tutti gli altri giornali con toni di crescente allarme per l’antisemitismo. Da qui: polemiche, roboanti iniziative, dichiarazioni di tutti i politici, fino ai massimi livelli: il presidente della Repubblica, il papa…
Infine, la richiesta di Commissione parlamentare “contro l’odio e l’antisemitismo on line” e i conseguenti attacchi al centrodestra che non l’ha votata.

Il tutto facendosi paravento con la figura della incolpevole senatrice a vita Liliana Segre, sopravvissuta al campo di concentramento.

MA I DATI ERANO SBAGLIATI…

Peccato, però, che qualche giorno dopo si sia scoperto che i 200 messaggi non erano al giorno, ma erano all’anno e non si trattava solo di messaggi on line, né solo contro la Segre.

Infatti, leggendo bene di dati dell’Osservatorio antisemitismo della Fondazione CDEC si può scoprire che: «ha registrato 197 episodi di antisemitismo, un numero nettamente superiore rispetto al 2017 ed al 2016, quando ne sono stati catalogati 130 (+ 60 %). Non sono stati segnalati episodi di violenza fisica o accertata discriminazione».

Inoltre, viene spiegato che, di questi 197 episodi sono 133 i casi che afferiscono a internet. In dettaglio: 70 su Facebook, 25 su Twitter, 9 su YouTube, 26 su siti web, 1 su WhatsApp.

Quindi, volendo fare una media giornaliera – così come strillato da Repubblica – si tratta di 0,53 episodi al giorno, con una media mensile, nel 2018, di 16,42 episodi.

Oltretutto – sia chiaro almeno ai nostri lettori – NON si tratta di episodi riferiti tutti alla senatrice Segre. Tutt’altro, nell’elenco figurano al primo posto il giornalista Gad Lerner, poi il deputato del Pd Emanuele Fiano e altri.

VOCI SOMMERSE DALLE GRIDA

Il primo a smentire il dato di Repubblica è stato Nicolò Zuliani su “termometropolitico.it” ripreso poi da “dagospia” il sito di Roberto D’Agostino con il quale ha polemizzato il giornalista Colaprico di Repubblica.

Queste voci sono state sommerse dall’enorme strepitio creato da tutti i media nazionali: giornali e televisioni ci hanno bombardato per giorni con il mantra degli insulti e delle minacce alla povera senatrice Segre. La “potenza di fuoco” generata da quella prima notizia sostanzialmente errata (se non chiaramente falsa) ha avuto anche un’eco internazionale. I giornali di tutto il mondo non hanno perso l’occasione per criticare il nostro Paese, spingendo anche il premier israeliano a intervenire.

Insomma, un caso gigantesco nato da una gigantesca fake news che, naturalmente, i siti che si autoproclamano “specializzati nella caccia alle bufale” non hanno denunciato (per paura o connivenza). Addirittura, in un’editoriale di Bufalet.net, l’articolo di Repubblica con le 200 minacce “al giorno”, anziché essere additato come bufala (come ci si aspetterebbe da un qualsiasi vero sito indipendente che sbugiarda le fake news) viene linkato come esempio.

REPUBBLICA NON CHIEDE SCUSA

L’altro giorno, Repubblica è voluta tornare sul tema, non per chiedere scusa ai lettori per l’infortunio, ma per tentare di avere conferme. Lo ha fatto con un articolo di Matteo Pucciarelli dall’eloquente titolo: “Tutti i post in rete contro Segre, così funziona la fabbrica dell’odio”.

Nel testo viene citata una nota dell’Osservatorio antisemitismo che riporta quanto segnalato dal rapporto Voxdiritti: «per il 2019, non ancora terminato, e per il solo Twitter, 15.196 tweet negativi nei confronti degli ebrei», facendo riferimento anche a 300 siti antisemiti e oltre 200 profili Facebook espressamente antisemiti. Il che spinge Pucciarelli a concludere: «è evidente che i numeri con cui si trova a fare i conti la società italiana sono di grande rilevanza».

Una frase che suona davvero strana perché pare un po’ esagerato parlare di “grande rilevanza” quando siamo in presenza di una media di 50 tweet al giorno (a questo corrispondono 15.196 in dieci mesi) ovvero 1 tweet ogni 32.000 che vengono scritti ogni giorno in Italia (la media è di 1,6 milioni al giorno).

Sempre totalmente deprecabili – è ovvio – ma non sono di “grande rilevanza”.

Inoltre, non sono spiegati i 200 profili antisemiti su Facebook, che sarebbero sopravvissuti alla spietata censura che colpisce anche profili di persone che non hanno mai predicato odio né tantomeno violenza o antisemitismo. A meno che questi 200 profili non siano espressione di antisemitismo “di sinistra” (filopalestinese, per esempio) e quindi abbiano superato per qualche “strano” motivo la censura di Zuckerberg. Potrebbe essere interessante verificare quali sono questi profili e a chi appartengono, tanto per tentare di capire chi davvero “fabbrica odio”.

In conclusione: per Repubblica 50 tweet al giorno creano «allarme antisemitismo»; per Report avere lo 0,26 per cento di follower che seguono siti giudicati di “disinformazione” significa «alimentare odio e xenofobia».
La nostra sensazione è che più che della “fabbrica dell’odio” bisognerebbe incominciare a preoccuparsi della “fabbrica della disinformazione” di cui siamo tutti vittime e non solo la senatrice Segre.

Lascia un commento

Orwell.live vorrebbe inviarti notifiche push per tenerti aggiornato sugli ultimi articoli