“Ascia nera”: reportage sulla mafia nigeriana

Intervista esclusiva a Claudio Bernieri, il videomaker autore di uno scottante libro inchiesta su un fenomeno volutamente sottovalutato

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Sembrerebbe il nome di un coraggioso capo indiano. Purtroppo, invece, è il richiamo a uno dei mali più attuali e radicati nel nostro Paese: la mafia nigeriana. Claudio Bernieri, che fu inviato di guerra per l’Europeo diretto da Vittorio Feltri e, oggi, fa il videomaker con lo pseudonimo di: “Il Reporter Indignato”, ha seguito questo fenomeno con attenzione, anche perché turbato da quanto, di giorno in giorno, andava scoprendo.
Così è nato il libro: “Ascia nera – la mafia nigeriana in Italia”.
Ora l’autore è in tour con alcune presentazioni della sua opera perché, i giornalisti come lui sono di quelli abituati a fare inchieste a spese proprie e a presentare il loro lavoro a casa di chi li accoglie, perché vuole fare qualcosa che oggi, purtroppo, è ormai molto raro: ascoltare e capire.

Quando lei decide di seguire un filone ci si butta a capofitto. Lo aveva già fatto con il Capitano Concas e il traffico dei “migranti”. Ora è il turno della mafia nigeriana; è partito tutto lo scorso anno dal caso del terribile omicidio di Pamela Mastropietro?

No, prima ancora, con l’episodio della Caserma Montello a Milano, dove i frati ospitarono per mesi trecento clandestini, o rifugiati, o camminanti, o asilanti, o come si vogliono chiamare… A una festa in Caserma, con la presenza di ANPI, PD e volontari di quartiere, notai che, mischiati ai migranti, c’erano dei boss nigeriani arrivati con Mercedes nere; tatuati e con cappellini paramilitari. Un senegalese mi confidò che erano dei capi dei Birds, la cosca nigeriana della “Ascia Nera” che venivano a reclutare… addetti all’elemosina. La loro divisa era quella: basco nero, grandi catene al collo in stile rapper, e il simbolo ricamato sul basco: un’ascia che spezza delle catene su sfondo giallo.
Il giorno dopo, mi appostati all’alba davanti alla Caserma e vidi uscire in gruppo una ventina di nigeriani: salivano sulla linea dell’autobus 94, scendevano, risalivano sulla metropolitana e gironzolavano nei mezzanini. Sempre con il cellulare acceso… Sembravano aspettare ordini.
Ne pedinai un paio. Dopo aver ricevuto una telefonata, scesero e si piazzarono davanti a un supermercato a elemosinare. Un altro nigeriano, appostato nelle vicinanze, li sorvegliava. Capii che erano al loro primo giorno di “lavoro”.
Intervistai un tabaccaio nelle vicinanze: mi confessò che i nigeriani facevano veri e propri turni, poi cambiavano da lui monetine per 50, 80 euro al giorno a testa.

Fin qui, però, non è una grande mafia?

Ho continuato a fare controlli davanti alla stazione. Il giorno dopo ne sono arrivati un centinaio, venivano da Como. Stessa scena, stessa organizzazione… Facevano parte di un vero e proprio racket. In tutta Italia sono almeno diecimila i questuanti sfruttati. A 80 euro a testa… Faccia lei il conto.

Poi, arrivò il martirio di Pamela?

Quando seppi che in quell’orribile delitto c’era la firma della mafia nigeriana mi precipitai a intervistare il professor Meluzzi, a Torino, e da lì partì la mia inchiesta.

Lei ha intervistato anche i parenti, cosa c’è di strano in questo caso?

Il fatto che lo Stato abbia oscurato coscientemente il processo e messo il silenziatore alle indagini. Il dipartimento antimafia è stato volutamente escluso dalle indagini per minimizzare. I grandi giornali hanno fatto il resto.
Non si è voluto indagare sulla mafia nigeriana che è arrivata con i barconi. Bisognava proteggere il business dell’accoglienza che è in mano al PD e alla Chiesa Cattolica. L’assassino, Oseghale, infatti, fu ospitato a spese della Chiesa nello stesso appartamento del delitto. Insomma, tutto è stato messo a tacere e Osenghale rimane l’unico capro espiatorio.

La Nigeria è un Paese libero?

Oggi è un narco-stato dove i politici mettono all’asta le concessioni petrolifere e le multinazionali occidentali pagano milioni di dollari in tangenti. Anche tangenti umane: centomila nigeriani sono stati fatti entrare in Europa in cambio di concessioni petrolifere. Tutti questi pagano l’Ascia Nera.

Tra essi molte donne avviate, poi, alla prostituzione?

Boko Haram (l’organizzazione terroristica jihadista che opera soprattutto nel Nord della Nigeria) è solita rapire giovani donne nelle campagne, che poi rivende alle mafie locali: le rapite sono in tutto e per tutto delle schiave moderne. Le più brutte vengono uccise e i loro organi venduti. Le migliori vengono avviate in Europa, attraverso l’Italia. Grazie anche alla complicità dei Servizi segreti francesi, le carovane di schiave possono attraversare il Maghreb (area a Nord Ovest dell’Africa) e da Timbuctù arrivano – scortate dall’Ascia Nera – in Libia, dove vengono prelevate dalle navi delle ONG. Le “sister”, come vengono chiamate, finiscono infine sulle strade e nei bordelli italiani.

Il professor Meluzzi (affermato psichiatra e criminologo), che firma la prefazione del suo libro, ha detto che non c’è nulla da stupirsi scoprendo certi macabri rituali (come quello che ha ucciso Pamela) perpetrati da questi nigeriani… Secondo lei, gli italiani hanno capito?

Assolutamente no. Il delitto di Pamela nasconde un rituale praticato dai mafiosi nigeriani: quello di mangiare organi delle vittime. Però è vietato dirlo, altrimenti si scoprirebbero gli interessi tra faccendieri italiani e uomini politici nigeriani, che stanno dietro l’arrivo di una simile mafia. Il PD, per esempio, ha inventato il famigerato “Permesso Umanitario”, proprio per agevolare questo ingresso.
Poi, parlare di mafia nigeriana è tabù per la sottocultura del “buonismo”. Non si può parlare di nigeriani che delinquono, stuprano rapiscono, accoltellano, uccidono. I Soviet delle redazioni e dell’Ordine vigilano e impongono ai giornalisti di parlare di “persone”, mai di nigeriani, quando questi sono coinvolti in fatti di sangue: altrimenti si viene accusati di razzismo e di fomentare la paura e l’odio. Di fatto, hanno imposto una “neo-lingua” orwelliana che nasconde i crimini dell’Ascia Nera.

Lei è un Reporter vecchio stile, il fatto di dover competere con il sistema mediatico dei tempi moderni, l’ha spinta qualche volta a non verificare alcune informazioni?

Io uso quasi sempre la videocamera, giro documentari, le persone parlano e tutto viene ripreso. A questo punto sta al “lettore” capire se chi parla mente. Il video supera nella verità l’inchiesta cartacea, che si può manipolare. Gli occhiali con telecamera nascosta non possono nascondere la verità. Oggi il vero giornalismo è fatto dai videomaker liberi e indipendenti. Nessun giornalone pubblicherà mai questo reportage sui templi dell’Ascia Nera nelle città italiane. Sarebbe considerato un articolo razzista.

La guerra contro la mafia nigeriana è, quindi, una guerra persa?

L’Ascia Nera ha superato Camorra e Mafia ed è pronta a scontarsi con la ’Ndrangheta. Prende il pizzo a Torino, vende eroina a Palermo, controlla droga e prostituzione. Anche perché gode dell’omertà non della gente, ma dei media. Quindi anche i Magistrati temono di essere deferiti se fanno inchieste sui nigeriani. È un business che ha un fatturato annuale di un miliardo di euro che finisce tutto a Benin City (città nigeriana capitale dello stato di Edo ndr).

Chi l’ha aiutata a scrivere questo libro?

Alcune “sister” scappate dal racket; convinte da alcuni preti di strada con esorcismi mirati a superare la paura delle maledizioni voodoo per chi fugge dalla schiavitù. “Gesù è più potente di qualsiasi culto esoterico, di qualsiasi macumba” ha detto don Benzi.

Si saprà mai chi ha ammazzato Pamela?

il caso Pamela è ormai un “delitto di Stato” come Ustica. Governo e stampa vogliono minimizzare, nascondere, far dimenticare tutto. Però, negli ambienti delle “sister” si sanno e si raccontano molte cose.

“Ascia nera – la mafia nigeriana in italia” – di Claudio Bernieri, prefazione di Alessandro Meluzzi – Edizioni del Presidio – Pp 386 – ‎€ 22,00.

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