Land Grabbing (1): come arricchirsi con la terra… degli altri

Si tratta di una forma di “neocolonialismo” economico e di sfruttamento che - alla fine - danneggia tutti noi

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«Illudono le popolazioni locali con promesse di benefici ma non le avvertono dell’impatto ambientale e delle conseguenze; così, alla fine, terminate le risorse naturali del territorio, intere popolazioni hanno perso tutto e sono costrette a emigrare».

Andrea Stocchiero

Andrea Stocchiero è il policy officer della FOCSIV (Federazione degli Organismi Cristiani Servizio Internazionale Volontario), di cui fanno parte 71 organizzazioni internazionali che operano in 80 Paesi del mondo. In questa intervista esclusiva sottolinea quali sono oggi, ancora più che ieri, gli effetti di un neocolonialismo “moderno”, di tipo economico e non militare, utilizzato da Stati e multinazionali private, per poter sfruttare al massimo i territori di nazioni povere.

Si chiama “Land Grabbing” (accaparramento di terre), ed è l’acquisizione pressoché legale (anche se con modalità e contratti ben poco trasparenti) di grandi appezzamenti di terreno per lo sfruttamento alimentare, petrolifero o minerario. Ovviamente, tali sfruttamenti intensivi, impoveriscono il territorio, tanto da renderlo praticamente inabitabile dalle popolazioni indigene.
Non di rado, le nazioni che cedono i propri territori, per decine di anni, lo fanno in cambio di condizioni discutibili, spesso senza nessun vantaggio per la popolazione che abitano le zone affittate. Proviamo a capirne di più partendo dalla domanda più ovvia.

È coinvolta anche l’Italia nell’accaparramento di terre?

«Si, non siamo fortunatamente tra le prime dieci nazioni al mondo (capitanate dagli Stati Uniti d’America), ma abbiamo anche noi i nostri contratti di “Land Grabbing”, in particolare nell’est Europa (Ucraina e Romania) e in vari paesi dell’Africa. In totale l’Italia ha investito in 1 milione e 100 mila ettari, con 30 contratti in 13 Stati. In generale le imprese italiane investono principalmente nell’agroindustria e nel settore energetico, in particolare biocombustibili».

Quali sono i maggiori protagonisti mondiali?

«Tra i primi 10 paesi dopo gli Stati Uniti, ci sono gli storici possessori di colonie: Gran Bretagna e Olanda. Poi, quelli “emergenti”, come Cina, India e Brasile, ma ci sono anche Paesi ricchi come gli Emirati Arabi Uniti, oppure la Malesia, Singapore e persino il piccolissimo Liechtenstein, utilizzato come base per piattaforme offshore di operazioni finanziarie da parte di aziende multinazionali internazionali. Come avviene pure nel caso delle Bermuda, delle Isole Vergini, delle Mauritius, delle Isole Cayman, che offrono condizioni finanziarie e fiscali estremamente vantaggiose per attrarre i capitali di spregiudicati operatori internazionali. È di qui che transitano flussi finanziari che vengono investiti anche in acquisti e affitti di terre nel mondo».

Quali, invece, le nazioni oggetto del Land Grabbing?

«Tra i primi 10 Paesi oggetto degli investimenti vi sono, soprattutto, quelli più poveri dell’Africa, come le due Repubbliche del Congo, Sud Sudan, Mozambico, Madagascar e Liberia; mentre in Asia il Paese più coinvolto sono le Filippine e la Papua Nuova Guinea, ma non mancano realtà emergenti come il Brasile e l’Indonesia; mentre in Europa, come detto, l’Ucraina e la Romania».

Si possono avere dati certi sulle dimensioni del Land Grabbing a livello mondiale?

«Analizzare il fenomeno del Land Grabbing, è complesso, poiché avviene in gran parte in modo nascosto, opaco, mediante collusioni tra governi locali e imprese, con investimenti che provengono da fonti finanziarie in paradisi fiscali o attraverso complicate ragnatele di holding aziendali. Tuttavia, si sono svelati alcuni processi e paradossi come, per esempio, l’accaparramento – nel quale investono molte imprese occidentali – che consente grandi produzioni di monocultura a costi bassi (per esempio riso) che quando viene poi commercializzato nuoce gli agricoltori degli stessi Paesi d’origine di chi ha investito. In definitiva, molto spesso, il Land Grabbing danneggia tanto i contadini dei Paesi poveri quanto quelli dell’aere più evolute. Se volessimo dare delle cifre (con una certa approssimazione) possiamo ipotizzare che attualmente sono interessati a questa pratica circa 55 milioni di ettari di terreno, con circa 1120 contratti in essere per miliardi di dollari».

Un neocolonialismo economico ma non privo di vittime…

«Purtroppo, negli ultimi 20 anni i morti a causa dell’accaparramento di terre, sono stati alcune migliaia in tutto il mondo. Difficile calcolare, inoltre, la quantità di morti derivanti dallo sfruttamento intensivo e dal conseguente inquinamento ambientale delle terre, credo siano cifre molto superiori alle 100.000 unità. Tra le vittime uccise in modo diretto, ci sono diversi giornalisti, sindacalisti e politici contrari agli accordi sulla terra ed esponenti delle realtà locali che si opponevano agli espropri».
Si sa, purtroppo, che non è certo il rispetto della vita umana a frenare gli appetiti degli speculatori. Certo che se, invece, di mobilitare le masse di giovani verso obiettivi intili (come il riscaldamento globale) si parlasse di più e si denunciassero nomi, e cognomi di speculatori e governi impegnati in questo traffico, forse si potrebbe ridurne o bloccarne la crescita.

(1 – Continua)

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