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La battaglia dei social: Facebook nel mirino dei Dem

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Il vizio del politico di criticare un sistema, mentre lo usa a proprio vantaggio. È successo ancora con accuse che la congresswoman Alexandria Ocasio-Cortez, astro nascente dei Democratici, ha rivolto al Ceo di Facebook Mark Zuckerberg, durante un’interrogazione al Congresso.

Nel corso della audition, che avrebbe dovuto essere focalizzata su Libra, la nuova moneta virtuale che Facebook sta pensando di introdurre, Ocasio-Cortez ha duramente attaccato Zuckerberg sul caso Cambridge Analytica, sulla protezione (precaria) dei dati personali all’interno del social media e sulla lotta alle fake news.

«Non so voi, ma io non voglio che sia Mark Zuckerberg a controllare la mia vita personale», aveva detto una manciata di giorni prima Ocasio-Cortez, durante un comizio nel Queens di New York. Tutto condivisibile ma c’è qualcosa che non quadra. Quel qualcosa è che la stessa Ocasio-Cortez usufruisce abbondantemente, da mesi, di quel «social media da cui non farsi controllare» per fare campagna elettorale.Non solo postando periodicamente i propri aggiornamenti ma investendo decine di migliaia di dollari in pubblicità elettorali targettizzate, proprio su Facebook.

GLI ATTACCHI DI AOC

Alexandria Ocasio-Cortez non le ha mandate di certo a dire a Mark Zuckerberg e le immagini hanno fatto il giro del mondo diventando virali: «Di recente, lei ha annunciato che Facebook permetterà ai politici di pagare per diffondere fake news in vista delle elezioni del 2020 e nel futuro. Pensa che sia un problema il mancato fact-checking riguardo gli annunci politici? C’è una soglia oltre la quale lo farete?». Ancora: «Quindi rimuoverete o non rimuoverete le menzogne? Si tratta di rispondere sì o no». Poi, decisa: «Quando ha saputo di Cambridge Analytica?».

Il video dell’interrogatorio, ripreso da tutti gli organi di stampa, è politicamente forte. Le domande sono state poste in modo diretto, nei confronti di un Mark Zuckerberg che è parso balbettante, impreparato, incapace di rispondere. Domande che rappresentano, per altro, posizioni sacrosante. La lotta alle fake news sui social network, ma anche la difesa della libertà di espressione contro censure arbitrarie e la lotta per la conservazione dei dati inseriti, rappresentano sicuramente la grande battaglia culturale che l’umanità intera dovrà affrontare, in questi e nei prossimi anni.

La deputata democratica ha fatto di questa lotta contro Facebook un mantra. In un’intervista dello scorso aprile concessa al podcast di Yahoo “Sullduggerry”, tra un attacco a Zuckerberg e l’altro, Ocasio-Cortez aveva annunciato che avrebbe smesso di usare Facebook per le sue attività politiche, perché «è un rischio per la salute pubblica» che può portare ad «alimentare l’isolamento delle persone, depressione, ansia, dipendenza, allontanamento dalla realtà».

BISTRATTATO MA UTILIZZATO

Proprio la Ocasio-Cortez, però, ha costruito la sua rete propagandistica su Facebook. È su questa piattaforma che il suo video di lancio della campagna alle primarie del 2018 le ha permesso di iniziare l’ascesa verso la Camera dei Deputati. Ed è sempre qui che i paragrafi del suo storytelling hanno iniziato a prendere corpo.

Secondo i dati aggiornati, cinque mesi dopo da quella promessa, Ocasio-Cortez ha continuato a usare Facebook senza nessun cenno di rallentamento. La deputata ha speso più di 130mila dollari in pubblicità su FB, solo tra luglio e agosto, una cifra superiore persino ad alcuni candidati presidente Dem del calibro di Kamala Harris (124mila) e Beto O’Rourke (123mila).Secondo i dati raccolti da OpenSecrets.org la deputata ha fin’ora investito qualcosa come 397mila dollari complessivi in spazi pubblicitari targettizzati su Facebook. Non pochi.

TUTTI CONTRO MARK

Dopo la figura barbina di Zuckerberg in Congresso, incapace di rispondere “sì o no” alla domanda di Ocasio-Cortez, Facebook ha deciso di correre ai ripari. Se il social network aveva appena esonerato i politici dal fact-checking dei loro post (come da noi anticipato), lasciando così agli utenti il giudizio se quegli slogan fossero veri o meno, da domani Facebook etichetterà in modo evidente i contenuti non pubblicitari che sono stati classificati come falsi o disinformanti.

«Se pagine, domini o gruppi condividono ripetutamente informazioni errate, continueremo a ridurre la loro distribuzione complessiva e imporremo restrizioni sulla capacità della pagina di fare pubblicità e monetizzare», ha annunciato Fb sulla sua newsroom il 22 ottobre.

Il problema però rimane, anzi si aggrava, perché non è chiaro chi e con che criterio deciderà cosa è vero e cosa è falso, cosa è informazione e cosa è disinformazione. Al momento, poi, non sono state annunciate azioni precise nei confronti dei banner pubblicitari già pagati dai politici di turno. Anche in quelli a pagamento sarebbe facile inserire notizie “false”, come la candidata Dem Elizabeth Warren ha provocatoriamente dimostrato di recente, sponsorizzando sul suo profilo Facebook una palese fake news, per dimostrare la fragilità dell’intero sistema.

LE VERE DOMANDE DA FARE

Il punto sembra essere proprio essere questo e le domande da porre sono tante e senza risposta:
Chi per conto di Facebook, durante la campagna elettorale 2020, deciderà che cosa sia fake e che cosa non lo sia?
Ha senso attivare strumenti che “etichettino” le fake news solo sui post non sponsorizzati (quelli, per intenderci, su cui Facebook non guadagna)?

Quando i politici (come la Ocasio-Cortez) investono così tanti soldi in pubblicità su Facebook, poi si lamentano degli spazi farciti da fake news, lo fanno come politici o come “clienti” di Zuckerberg?

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