Valentina Martelli: «Ciò che importa è mantenere l’integrità»

Tutte le innovazioni possono essere recepite e non subite

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Giornalista “visionaria e creativa”, corrispondente Rai dagli USA, ma anche produttore esecutivo di Ibiscus, società di consulenza di produzione media e co-fondatrice di Good Girls Production, che organizza ITTV Festival, prima rassegna della tv italiana negli Stati Uniti, che si è da poco tenuta a Los Angeles. La sua grande esperienza internazionale nel settore televisivo fa di lei una attenta protagonista del mondo dell’informazione, esperta in tecnologie, sport, musica, nuovi media e cinema. Le sue risposte alle nostre “10 domande sul futuro dell’informazione” sono quindi straordinariamente importanti.

 

Ormai, scrivere un articolo giornalistico significa, spesso, dover trovare qualcosa che non solo possa essere interessante per il lettore, ma che abbia anche gli elementi giusti a livello di immagine (foto, video e audio) per poter diventare virale sui social: questo, a suo avviso, limita o esalta la capacità di scelta del giornalista?

Ho iniziato a fare questo mestiere nella carta stampata. Sono state reticente a passare al mondo della TV. Mi sembrava togliesse qualcosa alle parole. Poi ho capito l’importanza delle immagini. Quando è arrivato il momento dei social ho “snobbato” Facebook, diventando da subito un’avida comunicatrice via Twitter e Istagram. Perché dico questo? Perché credo che ciò che importa sia mantenere l’integrità. Se si ha quella, mentre si sceglie come e cosa comunicare, tutti i mezzi sono utili. L’importante è non dimenticare che il protagonista è la notizia. Non chi la racconta.

Si sente dire che Internet è il posto delle “fast-food news”, perché ormai gli utenti hanno poco tempo e leggono solo notizie brevi. Tuttavia, di recente, c’è chi si è inventato le “slow news” come alternativa a questo approccio. Lei da che parte sta?

Nel mezzo. Credo nell’importanza dell’incisività nelle notizie che viene però confusa con la velocità nel raccontarle. Come giornalisti ci viene insegnato, a riassumere in un titolo quello che sta accadendo che, in fondo, è ciò che si applica alle news digitali, nei social. Twitter insegna. Ma l’essere “fast”, a volte, rischia di far venire meno una regola fondamentale che è quella del controllo delle fonti. Ecco perché questa new wave di “slow journalism” ha un motto che ritengo corretto: Slow down, wise up. Rallenta e sii saggio.

Come scriveva Walter Lippmann, le notizie formano una sorta di pseudo-ambiente, ma le nostre reazioni a tale ambiente non sono affatto pseudo-azioni, bensì azioni reali. È evidente che il fenomeno fake news vada ben oltre le classiche “bufale” e che prolifichi a seguito della ricerca spasmodica di “like” e di visualizzazioni. Secondo lei cosa manca ai media, e ai giornalisti più in generale, per riconquistare la credibilità perduta?

L’accettazione del fatto che non si può piacere a tutti.

In Italia così come altrove, la popolarità professionale dei giornalisti (e della professione giornalistica) è ai minimi storici. Qual è, secondo lei, l’errore più grave che commettono gli operatori del settore?

Una volta il “giudizio” al quale un giornalista veniva, generalmente, sottoposto era di stampo politico. Eri etichettato come di destra, di sinistra o di centro. O come non “appartenente a” . Eri ascoltato, letto o ignorato perché rappresentavi una fascia. Oggi il giudizio è ampio e crudele e si può basare su tutto: quello che diciamo o non diciamo, il nostro aspetto, la simpatia, il taglio di capelli.  Questo causa una pressione a volte difficile da sostenere. E si commettono errori. Attenzione, non sto dicendo che non abbiamo responsabilità al riguardo. Dico solo che, a volte, ci vorrebbe un po’ di tolleranza anche dall’altra parte.

Al di là di quello che ritiene qualche politico, ci pare evidente ormai, a livello globale, che il bipolarismo non sia più tra destra e sinistra, bensì tra élite di garantiti e popolo dei non rappresentati. A questo si aggiunge il paradosso tutto italiano di una democrazia orfana degli spazi in cui una classe dirigente possa nascere e crescere per formazione e non per cooptazione. Su quali basi e con quali strumenti (anche informativi) sarà possibile – secondo lei – costruire una nuova e autentica connessione tra popolo e classi dirigenti?

Risponderò in modo forse scontato: ascoltando, soprattutto i giovani, quelli che vanno all’estero e che si distanziano appositamente dalla politica, dalla classe dirigente, che cercano un loro percorso. Che rifiutano l’establishment, di qualsiasi genere. Quelli che seguono Greta ma non solo perché credono nel reale problema dell’ambiente, ma perché necessitano di ragioni per credere nel cambiamento. Sono i “sessantottini 2.0”. Se vogliamo creare una nuova connessione, in un’epoca in cui quando si parla di connessione pensiamo solo alla velocità di internet, dobbiamo davvero solo ritrovare il tempo per ascoltare.

Come accadde in passato con la televisione, oggi sono le esigenze del Web a controllare la nostra cultura e, in Internet, si vive o si muore di click, perché garantiscono potere e profitti della pubblicità. Esiste, secondo lei, un modo per superare il dualismo Google-Facebook?

Se guardiamo a cosa sta accadendo nel mondo della televisione all’estero, con il proliferare dei servizi di SVOD (streaming video on demand) e la nascita di continue partnership (Apple TV, Disney+, HBO max), tra quelli che erano ritenuti i giganti dell’intrattenimento, necessarie per sopravvivere alla concorrenza delle piattaforme come Netflix e Amazon, capiamo come si vada sempre più verso un mercato ristretto. Esiste un modo per superare il dualismo Google/Facebook…? Credo sia complicato, anche se le prossime elezioni presidenziali americane o, meglio, il percorso di questo anno che le precede, ci dirà molto. Altro aspetto fondamentale: i cambiamenti nei gusti del pubblico giovane. FB per loro ormai è quasi obsoleto, tanto che il social si sta reinventando con contenuti originali per TV

Grazie a Snowden sappiamo che Orwell aveva ragione e che ogni singola azione che compiamo online viene intercettata, monitorata e catalogata. Questo significa controllo, che a sua volta è un sensazionale strumento di potere aumentato dalle “censure” imposte grazie ai luoghi comuni politicamente corretti. Quanto di questo “totalitarismo tecnologico”, ritiene che sia oggettivamente colpa di chi dovrebbe informare correttamente, ovvero dei giornalisti?

Io sono stata censurata, da un mio editore, alla fine degli anni 90. La parola “online” si sapeva a malapena come usarla. Il Grande Fratello era solo un grande sconosciuto. Credetemi: ho fatto di tutto per pubblicare quell’articolo che riguardava episodi che accadevano durante la guerra in Kosovo. Inutilmente.

Una delle suggestioni più frequenti tra gli addetti alla informazione è quella del “robot journalism”, una definizione che viene associata all’uso di software in grado di realizzare testi di senso compiuto senza l’intervento dell’uomo. In prospettiva, lo vede più come un’opportunità o una minaccia?

Vivendo in California mi sono quasi “abituata” a leggere i testi scritti dal mio “collega” Quakebot. Si tratta di un’applicazione software che genera automaticamente degli articoli dopo segnalazione di terremoti da parte dell’U.S. Geological Survey. I testi, breaking news, sono immediati, diciamo pochissimi minuti dopo il sisma, tempo di essere rivisti da un caporedattore. Se il “robot journalism” è questo, allora sono favorevole. È efficace, veloce e anche abbastanza accurato, ma spero di non dover mai leggere una notizia di politica scritta da un robot.

Secondo lei esiste una anche remota possibilità che il giornalismo – inteso come istituzione – possa scomparire per essere sostituito da un nuovo modo di trasmettere la conoscenza alle persone magari in maniera “meccanica”, o comunque con la definitiva affermazione del principio di induzione che attualmente gli algoritmi utilizzano per “selezionare” le notizie al posto nostro?

No. Perché anche la più sterile delle notizie ha un aspetto umano e da umani viene letta.

Secondo lei come leggeremo le notizie tra 5 anni?

Ce le racconterà una delle migliaia di applicazioni disponibili, che ci avviserà delle notizie che ci interessano nello spazio di qualche secondo, ce le aprirà seguendo il movimento della nostra retina, o il battito dell’occhio e avrà il dono di essere concisa. Oppure apriremo quel caro giornale che qui, negli Stati Uniti, se vuoi, ancora ti arriva la mattina sulla porta di casa. Peccato manchi accanto la bottiglia del latte.

 

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