Peter Handke: un Nobel contro corrente

«Mi sento in dovere di raccontare i perdenti; perché solo i perdenti sognano un futuro migliore».

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L’assegnazione dei Premi Nobel è un avvenimento che ogni anno mobilità i media mondiali anche perché le scelte che le istituzioni svedesi e norvegesi effettuano sono, in genere, quanto di più politicamente corretto, “polite” e allineato si possa immaginare. È quindi ovvio che quando, l’anno scorso, lo scandalo delle molestie sessuali sfiorò l’Accademia svedese, il Premio per la letteratura sia stato addirittura sospeso. Ragion per cui quest’anno ne sono stati assegnati due.
Per questi stessi motivi l’attenzione dei media si è centrata quasi esclusivamente sulla scrittrice polacca Olga Tokarczuk, premiata per il 2018 perché: «rappresenta l’attraversamento dei confini come forma di vita». Tuttavia, il vero motivo di gloria per questa scrittrice, secondo giornali e tv italiani, è di essere “invisa nella sua nazione” perché “membro del partito dei Verdi polacco” e “oppositrice del partito di governo”.
In tutto ciò nessuno – o quasi – ha parlato dell’altro Nobel per la letteratura, Peter Handke, uno scrittore a lungo boicottato – a volte persino irriso – per le sue prese di posizione, per esempio quando tenne un discorso ai funerali di Milosevic. La sua voce “fuori dal coro” è, quindi, l’unica, vera novità nel pantheon dei Nobel e abbiamo l’onore di ospitare la testimonianza di chi ha avuto modo di conoscerlo personalmente.
Guido Giraudo

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Il premio Nobel per la letteratura 2019 è stato assegnato a Peter Handke: «per il suo lavoro influente che con abilità linguistica ha esplorato la periferia e la specificità dell’esperienza umana», secondo le parole dei membri dell’Accademia di Svezia.

Lo scrittore austriaco, nato in Carinzia nel 1942, che oggi vive a Parigi, non è stato solo l’autore di molti romanzi, saggi, testi teatrali, e sceneggiatura di film memorabili come “Il cielo sopra Berlino” di Wim Wenders, ma è stato anche un infaticabile e prezioso testimone dei tristi accadimenti che hanno sconvolto i Balcani negli anni 90 e, soprattutto, successivamente, delle vessazioni subite dalle minoranze isolate in enclave, malamente protette dalla NATO, in Kosovo e Metochia.

Lo conobbi nel 2014 quando, dalla sua Carinzia, scese fino al piccolo villaggio di Velika Hoca, poco distante da Prizren, famoso per la produzione di vino; tanto che la famiglia Petrovic – che l’ha ospitato – produce vino in quelle terre da generazioni e conserva ancora la bolla imperiale del Sultano ottomano con il permesso a produrre il nettare divino. In questo contesto, dall’idea di un semplice resoconto di viaggio, era nato «I cuculi di Velika Hoca» un racconto diverso, perché dà parola a chi più non ce l’ha.

«Volevo scrivere un reportage da vero giornalista — ebbe a dire al riguardo — ma a un certo punto ho smesso di fare domande e scrivere risposte e il libro è diventato qualcos’altro, una testimonianza, una riflessione». Così continuava: «è una popolazione (i serbi, ndr) che ha subito e sta subendo ogni genere di sopruso e violenza dai nuovi despoti della regione. Se non reagissi a quest’ingiustizia fatta a un popolo e di cui anch’io mi sento responsabile, non potrei considerarmi uno scrittore. Mi sento in dovere di raccontare i perdenti; perché solo i perdenti sognano un futuro migliore. I vincitori non sognano più».

Questa visione fuori dal coro l’ha sempre riportata in tutte le sue testimonianze, rompendo spesso e volentieri quel tappo arrugginito di politically correctness che definisce buoni e cattivi per convenienza. «Non potevo e non posso sopportare i falsi preconcetti secondo i quali i criminali di guerra, gli aguzzini, i cecchini, i campi di concentramento erano sempre soltanto serbi, quando, in realtà, nessuno da nessuna parte si è risparmiato in torture, in ammazzamenti e pulizie etniche. Ma il coro degli inviati speciali era ed è sempre uniforme, come era ed è uniforme il coro dei politici stranieri in visita».

Da allora la situazione non è molto cambiata e la pulizia etnica continua, non con le armi magari, ma in maniera dolce: con vessazioni quotidiane, difficoltà burocratiche, insicurezza, minacce.

Nel corso di quella visita a Velika Hoča del 2014, ho avuto modo di mostrare ad Handke il lavoro che i volontari dell’associazione LOVE stavano realizzando per aiutare la popolazione locale. «State facendo un lavoro bellissimo» fu il suo riconoscimento.

Ora speriamo vivamente che l’attribuzione del Premio Nobel possa riportare i riflettori della stampa sulla terribile situazione che le minoranze serbe vivono ancora oggi nel Kosovo occupato dall’Albania. È notizia di questi giorni, purtroppo, la possibilità che nasca un nuovo governo guidato, non più dai terroristi dell’Uck, ma da una formazione estremista che, se possibile, è ancora peggio, poiché ha come motto “zero accordi con la Serbia” e sogna una “Grande Albania” etnicamente uniforme dove per i serbi, e per tutte le altre minoranze che compongono il complesso mosaico kosovaro, non ci sarà più posto.

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