INCHIESTA: lotta all’evasione? Partiamo dal web

Altro che abolizione del contante, sono i colossi della internet economy i grandi evasori e l'annunciata "digital tax" è irrisoria

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Caccia agli anziani che pagano in contante, guanto di velluto verso i colossi miliardari del web. Guadagni miliardari per le banche incentivando l’uso delle carte di credito e Netflix che non paga nemmeno un centesimo di tasse. “Bonus Befana” di 475 euro per i più ricchi (coloro che spenderanno 2.500 euro di pagamenti elettronici per determinate spese non saranno certamente i meno abbienti) mentre Amazon viene graziata per aver evaso meno di 30.000 euro.

È questo lo strabico comportamento del governo guidato da Giuseppe Conte ossessionato dall’evasione fiscale al punto da stabilire che da essa si ricaveranno oltre 7 miliardi di euro per la prossima manovra finanziaria. Una cifra assolutamente aleatoria, non basata su certezze e sulla quale pesa ancora l’incognita del giudizio dell’Unione Europea.

Tuttavia, se il Governo volesse davvero affrontare seriamente la questione dell’evasione/elusione fiscale, basterebbe che rivolgesse la sua attenzione ai “Signori del web”. Ora il ministro Gualtieri annuncia di voler introdurre la “digital tax” da gennaio. Una misura che «prevede un’imposta su tutte le transazioni digitali relative a prestazioni di servizi effettuate tramite mezzi elettronici», però con una aliquota irrisoria: del 3%. Tanto che lo stesso Gualtieri ammuncia sorridendo che la nuova digital tax «dovrebbe portare nelle casse italiane circa 190 milioni di euro».

Briciole. Proviamo a capire le dimensioni del problema.

Nei soli cinque anni tra il 2012 e il 2017: «i colossi della internet economy grazie al ricorso alla tassazione in paradisi fiscali e ai vari sistemi di elusione fiscale hanno ottenuto un «risparmio fiscale» di quasi 46 miliardi di euro, ammontare che sale a 69 miliardi se si include Apple, che tecnicamente non rientra tra le internet company».

Non siamo noi a dirlo ma una indagine R&S Mediobanca. Vorremmo ricordare, al riguardo, che l’intera manovra economica “lacrime e sangue” che ci attende vale circa 30 miliardi e che, per evitare il temuto aumento IVA, ne servono 23. Se questi signori pagassero il dovuto saremmo a posto per 2 anni !!

La situazione, a oggi, non è certo migliorata. Su questa cifra astronomica ci sono state azioni giudiziarie e, alla fine, Google, Amazon, Facebook e Apple hanno patteggiato appena 824 milioni di versamenti all’erario come risarcimento per le somme non versate nel passato (almeno 100 volte superiori). Tra l’altro, poi, di versamenti reali ancora non se ne parla.
Attualmente, gruppi come: Airbnb, Netflix, Uber, Google, Facebook, Amazon, Apple, Twitter, pagano solo poche briciole all’Erario italiano.

NETFLIX NON ESISTE PROPRIO

Prendiamo il caso di Netflix, che incassa da utenti italiani ma paga le tasse in Olanda. Il servizio di streaming online di film e serie tv in abbonamento è popolarissimo da noi (dal 9 ottobre sarà visibile anche sulla piattaforma Sky), con centinaia di migliaia di utenti iscritti. Tuttavia non versa neppure un centesimo di imposte al nostro Stato. Non presenta nemmeno una dichiarazione dei redditi. Per il Fisco italiano è come se Netflix non esistesse. Eppure, la società americana trasmette in Italia, avvalendosi dei server, dei cavi e della fibra ottica della rete italiana per raggiungere i suoi abbonati.

Finalmente, la Magistratura ha aperto un’indagine sulla società per omessa dichiarazione dei redditi, un reato tributario per il quale è prevista anche la reclusione da 1 a 3 anni. Netflix, però, non ha una sede, né dipendenti o dirigenti in Italia, anche se dal nostro Paese incassa milioni di euro di profitti.

Secondo la Procura di Milano, si tratta di una: «organizzazione stabile materiale occulta» per il fatto che utilizza nel nostro Paese le reti di trasmissione e i computer che processano i dati dei contenuti video ed elaborano gli algoritmi per la profilazione dei clienti e dell’offerta. Quindi dovrebbe essere considerata come un’attività commerciale qualsiasi, pur avendo la sede legale europea ad Amsterdam, dove beneficia di consistenti sconti fiscali.

Come tutte le attività commerciali dovrebbe quindi presentare la dichiarazione di quanto incassato nel nostro Paese e pagare le tasse su questi profitti. Dovrebbe ma non lo fa ancora. Finalmente, quattro giorni fa è stato annunciato l’accordo di distribuzione con Mediaset e, a questo punto, il fondatore di Netflix, Reed Hastings, ha dichiarato che: «Stiamo pensando di creare una sede legale (in Italia ndr) anche per venire incontro a tutte le problematiche fiscali che Netflix sta incontrando». Vedremo se sarà vero e quale tassazione di favore le riserverà il governo.

AMAZON GRAZIATA… GLI ITALIANI NO

Tasse che, addirittura da Amazon non dovranno essere pagate, perché un GIP dello stesso Tribunale di Milano, Giusy Barbara, ha disposto l’archiviazione dell’indagine per omessa dichiarazione a carico di Eva Gehlin, rappresentante legale della lussemburghese Amazon Eu sarl.

Amazon, secondo il GIP, avrebbero sì evaso, ma una cifra inferiore ai 30.000 euro all’anno, cioè al di sotto della “soglia di punibilità”. Provateci voi a evadere 30 (non 30.000) euro.

Il magistrato ha stabilito che è vero che Amazon ha creato «una stabile organizzazione occulta» in Italia, ma solo per il settore marketing; pertanto l’imposta evasa, per il periodo che va dal 2011 all’inizio del 2015, è appunto sotto della “soglia di punibilità”.

In compenso, l’ultima novità è che l’Agenzia delle Entrate, potrà chiedere ad Amazon  i dati degli italiani che effettuano acquisti on line per incrociarli con le loro dichiarazioni dei redditi e “scovare” incongruenze. Questo è un concetto di “equità fiscale” di tipo feudale: a pagare è sempre e solo la plebe. Ricordiamocelo prima di fare acquisti su Amazon!

ECCO I VERI GRANDI EVASORI

Non tutti i Signori del web hanno, però, sede esclusiva in paradisi fiscali, qualcuno è stato costretto ad aprire Srl. italiane che – poverine – pare proprio che abbiano un ben magro giro di affari. Ci chiediamo se, a parere del ministro che vuole combattere l’evasione, è normale che, per il 2018, le Srl italiane di Google, Amazon, Airbnb, Twitter e Tripadvisor abbiano versato imposte per appena 14 milioni e 300 mila euro?

Andando a vedere nel dettaglio Google Italy Srl. per il bilancio del 2018. ha versato 4.719 milioni, in calo rispetto al 2017. Amazon Italia logistic srl ha versato al Fisco italiano 4.177 milioni di euro nel 2018 a fronte di guadagni (dichiarati) per 11,8 milioni. Tripadvisor Italy Srl, solo 22.535 euro nel 2018 (meno di un negozio serio). Zero (sì 0) sul conto di Twitter per il 2018, mentre nel 2017 aveva pagato 1.337 euro. Meno di un qualsiasi impiegato. Poverini.

All’elenco dei Signori del web bisogna aggiungere anche i due colossi delle prenotazioni online di camere e case, ovvero Booking (si stima un record di 350 milioni di euro di evasione per gli anni dal 2013 al 2019) e Airbnb (sul proprio sito web conta oltre 214.000 case solo in Italia).

Un discorso a parte merita Facebook che, nel 2017, ha pagato appena 120.000 euro di tasse: mentre per il futuro ha promesso all’Agenzia delle Entrate di contabilizzare gli incassi ottenuti in Italia, e non più a Dublino (bontà sua). Per quanto riguarda, invece, il periodo 2010-2016, secondo le indagini fiscali condotte dalla Guardia di Finanza, Facebook dovrebbe pagare tasse e sanzioni per 100 milioni di euro. Però, nei corridoi del Palazzo c’è già chi parla di un “maxi condono”, prima di introdurre la dolce “digital tax”. Noi, invece, pagheremo più tasse sui prelievi al bancomat. Tutto regolare, no?

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