La maglia che gli Houston Rockets dovrebbero indossare nella trasferta cinese.

Sport: tra social, libertà e business

Negli USA si difende la libertà di critica anche a costo di perdere contratti miliardari

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Un tweet di solidarietà del manager degli Houston Rockets con i giovani di Hong Kong mette a rischio affari di miliardi tra la Nba (Lega professionistica di basket USA) e la Cina. Da noi, invece, le dilaganti proteste sui social contro la “maglia verde” imposta alla Nazionale di calcio per la partita di domani contro la Grecia vengono clamorosamente censurate dai siti dei maggiori quotidiani.

Due facce opposte dello sport. Nel primo caso la Nba, seppure a denti stretti, antepone la libertà di parola dei suoi tesserati agli affari con la Cina (ma punta a breve a recuperare perché si parla di oltre 4 miliardi di dollari e gli stessi Rockets saranno impegnati in un tour promozionale in Asia).
Nel secondo caso, ecco invece una Federcalcio che antepone gli interessi commerciali all’identità della Nazionale, proponendo una maglia di colore verde, con scudetto giallo e nero e omaggio politicamente corretto agli immigrati.

Lasciamo ad altro articolo di approfondire e commentare i guai italiani e ci soffermiamo qui sulla contrapposizione Nba-Cina, nata, come detto da un tweet del manager degli Houston Rockets, Daryl Morey che ha postato un’immagine con le parole “combattere per la libertà, siamo con Hong Kong”. Nonostante il tweet sia stato rapidamente cancellato, le polemiche non si sono fermate. Bisogna precisare che i Rockets sono forse la squadra più popolare in Cina, perché sono stati i primi a scegliere un giocatore cinese, Yao Ming, leggenda del basket asiatico (attuale presidente della federazione di basket cinese).

Bisogna anche ricordare che, nella Cina comunista non vige la libertà di comunicazione, per cui Twitter e Facebook sono bloccati. Però qualcuno aveva diffuso uno screenshot del tweet di Morey su Sina Weibo (il principale social cinese).

Immediata la reazione dell’Associazione basket cinese, che ha sospeso tutte le partnership con i Rockets per i “commenti non appropriati” di Morey. È quindi iniziato un balletto di dichiarazioni. Per primo è intervenuto il nuovo proprietario dei Rockets, Tilman Fertitta che ha cercato di mettere una pezza, ribadendo semplicemente che le opinioni di Morey non rappresentavano quelle della squadra e sottolineando che questa non è un’organizzazione politica.

In un primo momento anche la Nba ha preso le distanze dal manager degli Houston Rockets diffondendo un comunicato in inglese e in cinese. In quello inglese si diceva “dispiaciuta” che i fan cinesi siano rimasti offese dalle parole. In quello in cinese i toni erano più duri, e si diceva “profondamente delusa dal commento non appropriato” che ha “senza dubbio” ferito i fan cinesi.

Poi, però, è arrivato lo stop alla trasmissione delle partite delle squadre americane da parte della Cctv (la televisione di stato cinese). «Crediamo che qualsiasi commento che sfidi la sovranità nazionale e la stabilità sociale non rientri nell’ambito della libertà di parola – ha spiegato il network – A questo scopo, il canale sportivo della Cctv ha deciso di sospendere immediatamente i piani sulla trasmissione delle partite Nba di pre-campionato e avvierà immediatamente un’indagine sulla cooperazione e la comunicazione che coinvolge l’Nba».

A questo punto, per la Nba, è intervenuto il numero uno della Lega, Adam Silver correggendo il tiro. «Voglio essere chiaro. Negli ultimi tre decenni la Nba ha sviluppato una grande affinità con la Cina. Come altri grandi marchi, anche noi portiamo la nostra attività in posti che hanno diversi sistemi politici. Ma i valori di uguaglianza, rispetto e libertà di espressione hanno da sempre caratterizzato la Nba e continueranno a farlo».

La Nba, ha precisato Silver: «non si metterà nella posizione di fissare regolare su quello che giocatori, dipendenti e proprietari di squadre possono o non possono dire sui diversi temi».

Una presa di posizione orgogliosa e forte, nel nome di quei “valori di uguaglianza, rispetto e libertà” che sono calpestati nella Cina comunista. Per qualcuno un atteggiamento “trumpiano” che, di certo, purtroppo, nessuno da noi, in Italia, avrebbe mai assunto.

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