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Il vero genio innovatore? Cento anni fa

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Oggi consideriamo “pionieri” o “innovatori” uomini che hanno progettato strumenti di calcolo o meccanismi di comunicazione, sofisticati marchingegni elettronici diventati di uso comune per milioni di persone. Immaginate, per un attimo, un’altra tipologia di genio e di pioniere.

Un uomo, che viene considerato il più raffinato esponente della letteratura del suo tempo che, quando il suo Paese entra in guerra, si “inventa” soldato audace e trascinatore, compiendo imprese di eroismo epico condite da un tocco di raffinata ironia, irridendo tanto alla morte quanto al nemico.

Quando i primi aerei di legno e tela vengono usati da quel nemico per sganciare bombe su città come Venezia, ecco che il poeta (il Vate, come venne chiamato) vola anch’egli sulla capitale avversaria, Vienna, ma non getta bombe, bensì volantini tricolori.
Quando lo strapotere navale avversario incombe, guida una pattuglia di 3 “barchini”, dentro al porto nemico più protetto e sicuro, Buccari. Lanciano i siluri ma, soprattutto, gettano in mare una bottiglia con un messaggio: «i marinai d’Italia, che si ridono d’ogni sorta di reti e di sbarre, son pronti sempre a OSARE L’INOSABILE».

Quando poi, a guerra finita, l’immane sacrifico di 650 mila soldati italiani, viene tradito dai politicanti europei riuniti a Versailles (come assomiglia alla Bruxelles odierna…) ecco che ancora lui insorge denunciando la «vittoria mutilata» e l’inerzia dei politicanti italiani (i Gentiloni di allora).

Esattamente cent’anni fa quell’uomo: Gabriele d’Annunzio – lui sì genio e innovatore, eroe e pioniere – raduna un manipolo di soldati e di poeti, di arditi e di letterati, di combattenti e di artisti e marcia con loro su Fiume: città veneta, prima ancora romana, per il 90 % abitata da italiani, ma attribuita dagli affaristi europei (allora Francia e Inghilterra, come oggi Francia e Germania) al neonato Regno di Jugoslavia (inventato anch’esso a tavolino).

Con lui partirono personaggi straordinari: giovani letterati come Giovanni Comisso, Henri Furst, Raffaele Carrieri, l’ebreo russo di nascita belga Leòn Kochnitsky, musicista e poeta. A Fiume occupata e governata dal Vate, che vi insedia la sua “Reggenza del Carnaro”, giunge il meglio dell’Italia del tempo: Guglielmo Marconi, a bordo del suo panfilo Elettra, Arturo Toscanini con la sua orchestra e Filippo Tommaso Marinetti.

Fiume diventa un laboratorio e un palcoscenico. Uomini e donne, soldati e civili, atei e sacerdoti celebrano il rito utopico della genialità e della vera fantasia al potere. Mancano viveri? Si ingegnano gli Ustocchi (novelli pirati, dirottatori di navi senza spargimento di sangue, rubano solo alle grandi potenze). Il parlamento italiano minaccia di reprimere con la forza questa “sedizione”? Ecco allora Guido Keller che si lancia in una lunga trasvolata per “bombardare” con un pitale Montecitorio (quello che milioni di italiani avrebbero voluto fare in questi giorni).

Ma non c’è solo audace goliardia. Nei 15 mesi di vita della Reggenza verrà anche promulgata una “Carta” costituzionale considerata la più brillante, la più moderna e sicuramente la più rivoluzionaria del Novecento. Verranno poste le basi per restituire all’Italia anche la città di Zara e le isole dalmate espropriate. Verrà attuata una fitta rete di relazioni internazionali che porteranno al riconoscimento da parte – pensate un po’ – della Unione sovietica del bolscevico Lenin, interessato anche lui a combattere la “Santa Alleanza della plutocrazia” (sovranisti ante litteram?).

La grande avventura fiumana finirà con il “Natale di sangue” del 1920. In nome e per conto dell’Europa delle banche (anche allora), seppur malvolentieri, l’Esercito italiano dovrà aprire il fuoco contro i fiumani. Sono gli anni in cui l’Italia è travolta dalla violenza del “biennio rosso” e gli uomini forgiati a Fiume andranno a infoltire le schiere di nazionalisti e fascisti, così come tutto l’immaginario epico dannunziano verrà travasato in Mussolini.

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Ci siamo permessi, nel corso di questo succinto riassunto storico, qualche impietoso parallelo con la realtà odierna. Purtroppo gli attori negativi ci sono ancora tutti: Conte come “cagoia”; Clemanceau, Lloyd George e Wilson come la “Troika”, e l’arroganza dei potentati economici che vogliono “plasmare” il mondo sulla pelle dei popoli.

Quello che manca, oggi, – ahinoi – è un Vate.
Quello che manca è il genio, l’eroismo, il valore disinteressato, l’amore assoluto per la Patria, il talento immaginifico, il romantico abbandono al Fato che permettono all’uomo (e ai popoli) di staccarsi dalla quotidianità per assurgere all’epica.

A noi rimangono solo il Pil, il debito pubblico  e… i porti da riaprire. Non più da conquistare.

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