La sorella di una vittima: «La gente sta dimenticando l’11 settembre»

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Dal nostro inviato a New York – Era un giorno splendido, quel martedì di settembre, con il cielo blu e la luce che solo New York sa regalare. Emmelina aprì gli occhi e si alzò dal letto, come un qualsiasi altro martedì di settembre, pronta per cominciare una nuova giornata.

Mai, mentre frugava nel suo armadio nel Queens, alla ricerca dei vestiti da indossare e ascoltando i programmi alla radio, si sarebbe immaginata che le trasmissioni sarebbero state interrotte per un attentato terroristico. E mai avrebbe potuto credere che tra le vittime di quell’attentato di cui la radio parlava ci sarebbe potuto essere suo fratello maggiore, David De Feo.

Sono passati 18 anni, dall’11 settembre 2001. Il giorno che mise in ginocchio l’America e che cambiò, per sempre, il mondo occidentale così come lo abbiamo conosciuto. Molto è cambiato anche nella vita di Emmelina. C’è un marito, Francesco, che al tempo non aveva nemmeno ancora incontrato. Ci sono le due bimbe Luisa e Alessia, 6 e 3 anni, che Emmelina e Francesco crescono con amore, cura e dedizione ogni giorno.

«Ma ogni volta che passo da lì o vedo la Freedom Tower da lontano e in foto, la testa torna a quel momento, a quegli eventi, a quel tutto». E mentre ne parla, Emmelina ha ancora gli occhi spenti dalla tristezza. La sua voce è piena d’angoscia. Il groppo alla gola. E il cuore pesante, «proprio come quel martedì».

David De Feo aveva 36 anni quando è morto sulla Torre sud l’11 settembre 2001, intrappolato al 104esimo piano dell’ufficio in cui lavorava. Era sposato con Sofia. «Quel giorno è uscito di casa per andare a lavoro e non l’abbiamo mai più visto tornare», dice Emmelina. David, italiano di origine e americano di nascita, si trovava circa venti piani sopra il punto in cui l’aereo United Airlines 175, dirottato, si è andato a schiantare. È una delle 2974 vittime accertate degli attacchi terroristici di quel giorno. Una delle 24 persone disperse il cui corpo non è mai stato ritrovato.

«La cosa che mi angoscia è anche che non abbiamo una tomba su cui piangerlo», prova a spiegare Emmelina. «Anche se vado alle vasche del memoriale, dove il nome di mio fratello è presente, non mi ritrovo mai in un luogo solo mio, tutto privato, dove potergli parlare, dove potermi raccogliere: è un luogo pubblico». Non potevano farlo diversamente, dice Emmelina, ed è giusto che rimanga così: «Ma fa male».

Prima di vedere l’aereo schiantarsi tra il 77esimo e l’85esimo piano della Torre sud su cui si trovava, con la Torre nord già in fiamme e la sua famiglia in panico nel Queens, David riuscì a fare una telefonata a casa. Emmelina era in soggiorno a casa con i genitori da Firenze, dove viveva, al tempo. «Tranquilla, sto bene», disse David a sua mamma. Non sapevano che quella sarebbe stata la sua ultima telefonata.

«Mi ha insegnato tante cose prima di morire e cerco ogni giorno di metterle in pratica», racconta con un filo di voce la sorella. David era il fratello maggiore, «gli ho visto fare tutti i passi che avrei poi fatto io». Ed era una persona che «quando voleva fare una cosa ci si metteva e provava a raggiungerla: non perdeva tempo».

Ispirata dal suo lascito, dal suo modo di essere, Emmelina è tornata “a scuola” di recente. Si è rimessa in gioco, con un lavoro da continuare e una famiglia da mantenere, frequentando un Master in Finanza presso l’Università Fordham di New York. «Anche David tornò a scuola prima di trovare quel lavoro che lo portò sulle Torri». L’attentato e l’eredità di suo fratello David le hanno insegnato proprio questo: «Oggi sappiamo di esserci, domani no: se c’è qualcosa che vogliamo fare è bene non rimandarlo».

La vita è un soffio. E la memoria è breve. L’11 settembre, infatti, sta sparendo gradualmente dalle cronache nazionali e internazionali. Le persone sembra stiano normalizzando quello che è stato uno squarcio indelebile inferto al mondo occidentale e all’America.

«Ogni tanto – racconta Emmelina – quando dico a qualcuno, “Sai, questa settimana sarà difficile”, mi rispondono: “Perché?”. Le persone si stanno dimenticando che questa è stata la settimana dell’attentato».

Il 18esimo anniversario delle commemorazioni delle vittime degli attacchi terroristici avrà per altro un sapore più amaro. È il primo 9/11 senza Luis Alvarez, agente del New York Police Department, tra i primi a essere intervenuti l’11 settembre in soccorso alle vittime del World Trade Center. Morto a 53 anni a causa delle complicazioni legate a un cancro, ha sempre lottato per l’approvazione del Never Forget the Heroes Act, che copre a tempo indeterminato le spese sanitarie dei soccorritori ammalatisi dopo l’11 settembre. «Senza di lui e senza l’intervento dell’attore Jon Stewart in Commissione al Congresso, dell’attentato non se ne sarebbe quasi mai dibattuto quest’anno», dice Emmelina.

Che ha, tra i primi obiettivi della sua vita, proprio quello di tenere viva la memoria personale del fratello David. «Le mie figlie lo conoscono solo attraverso i racconti che ne facciamo e le commemorazioni a Ground Zero a cui partecipano: non lo hanno mai conosciuto di persona». Non sa Emmelina quanto rimarrà loro di zio David, tra 15 o 20 anni. Ma di una cosa è certa. «Mi immagino spesso come sarebbe potuto essere con le sue nipotine adesso».

David De Feo avrebbe compiuto 55 anni, il prossimo 12 ottobre. Il giorno di nascita di Cristoforo Colombo. «Il futuro sarebbe stato nostro, delle nostre famiglie», spiega Emmelina. «Non potrò mai accettare che se ne sia andato senza avergli potuto dire Ti voglio bene un’ultima volta».

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