Serena Scorzoni: «Questa svolta tecnologica ci impone un ripensamento del nostro lavoro»

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Dopo la laurea in Lingue e Letterature Straniere presso l’Università degli Studi di Perugia, Serena Scorzoni ha frequentato la Scuola di Giornalismo Rai a Perugia, poi un’importante esperienza al Tgr Umbria e, infine, l’approdo a Rai News 24, dove si è da subito distinta per il suo stile istituzionale ed empatico al tempo stesso, riflettendo anche su Twitter la sua personalità da “forza gentile”.

Ormai, scrivere un articolo giornalistico significa, spesso, dover trovare qualcosa che non solo possa essere interessante per il lettore, ma che abbia anche gli elementi giusti a livello di immagine (foto, video e audio) per poter diventare virale sui social: questo, a suo avviso, limita o esalta la capacità di scelta del giornalista?

Non sono d’accordo, questo rischia di essere un alibi per la nostra categoria. Da sempre gli articoli che funzionano sono quelli che raccontano una storia interessante per il lettore. E’ sempre stato così anche quando si è passati dai giornali di carta alla radio, dalla radio alla televisione e dalla televisione alla rete. Siamo di fronte a un processo di ibridazione dei mezzi di comunicazione e quindi necessariamente quando scriviamo un articolo per il giornale, per la tv, per la radio o per i social, dobbiamo avere in testa che quel contenuto giornalistico deve poter essere utilizzato, usufruito dagli utenti in tutti questi mezzi di comunicazione.

Spesso si sente dire che Internet è il posto delle “fast-food news”, perché ormai gli utenti hanno poco tempo e leggono solo notizie brevi. Tuttavia, di recente, c’è chi si è inventato le “slow news” come alternativa a questo approccio. Lei da che parte sta?

Partirei da quello che ho detto prima. Le storie funzionano quando sono interessanti per il lettore: sia che siano fast sia che siano slow news. Poi molto dipende da come noi abituiamo le persone a leggere. Se continuiamo a dargli notizie trash, se i giornali online vanno appresso ai click, è chiaro che abitueremo i gusti del pubblico ma io sono convinta come dimostra il Washington Post (che è il primo quotidiano al mondo che è tornato a fare utili finalmente) che un giornalismo di qualità può essere molto attrattivo per un pubblico crescente. Lo stesso può dirsi per le good news o il constructive journalism.

Come scriveva Walter Lippmann, le notizie formano una sorta di pseudo-ambiente, ma le nostre reazioni a tale ambiente non sono affatto pseudo-azioni, bensì azioni reali. È evidente che il fenomeno fake news vada ben oltre le classiche “bufale” e che prolifichi a seguito della ricerca spasmodica di “like” e di visualizzazioni. Secondo lei cosa manca ai media, e ai giornalisti più in generale, per riconquistare la credibilità perduta?

Questo è un discorso molto importante per noi che lavoriamo nelle televisioni all news. Come mi hanno insegnato i miei direttori di Rainews24 (prima Monica Maggioni e ora Antonio Di Bella) il giornalista deve sempre fare da filtro alle notizie e molto meno fare parte delle curve delle tifoserie come moltissimi miei colleghi fanno sui social dalla mattina alla sera.

Come detto, in Italia così come altrove, la popolarità professionale dei giornalisti (e della professione giornalistica) è ai minimi storici. Qual è, secondo lei, l’errore più grave che commettono gli operatori del settore?

Il più grave errore è non essere terzi nel nostro lavoro. Il che non significa non avere un’opinione però non dobbiamo partecipare alle curve di cui la polarizzazione social si nutre. Mi vergogno moltissimo quando i miei colleghi litigano come dei bambini dell’asilo su Twitter.

Al di là di quello che ritiene qualche politico ci pare evidente ormai, a livello globale, che il bipolarismo non sia più tra destra e sinistra, bensì tra élite di garantiti e popolo dei non rappresentati. A questo si aggiunge il paradosso tutto italiano di una democrazia orfana degli spazi in cui una classe dirigente possa nascere e crescere per formazione e non per cooptazione. Su quali basi e con quali strumenti (anche informativi) sarà possibile – secondo lei – costruire una nuova e autentica connessione tra popolo e classi dirigenti?

Io preferisco la definizione di cittadini e di comunità. Il tema non è élite vs popolo che è un argomento à la page ma che in realtà non vuol dire nulla, ma il tema è come si ricostruiscono e si dà credibilità alle istituzioni democratiche. Quello che manca, quello che ha investito le democrazie liberali occidentali in questi ultimi quindici anni è una crisi enorme di fiducia nel funzionamento delle strutture della democrazia. Ed è questo quello che bisogna recuperare. Non è un argomento né di destra né di sinistra ma è del mantenimento di un istituto che ci ha permesso pace e prosperità negli ultimi settanta anni.

Come accadde in passato con la televisione, oggi sono le esigenze del Web a controllare la nostra cultura e, in Internet, si vive o si muore di click, perché garantiscono potere e profitti della pubblicità. Esiste, secondo lei, un modo per superare il dualismo Google-Facebook?

È sbagliato confondere internet cioè la rete con le piattaforme della rete come Google, come Facebook, come Twitter etc. Dobbiamo smettere di fare questo errore. Facebook e Google sono delle società e le società fanno profitto. Lo sappiamo dai tempi di Pinocchio che quando ci danno un parco giochi non è mai gratuito, si paga in qualche maniera. Noi lo stiamo pagando con i nostri dati. Io non azzardo a fare discussioni in termini economici, di tasse etc. Però mi pare evidente che il tema su cui dobbiamo ragionare è che lo spazio pubblico sta diventando sempre più uno spazio che nei fatti è il giardino privato (Facebook e altro) e quindi la politica e il legislatore si dovrebbero sempre di più esercitare su questo. Cioè dove sono finiti i dati di milioni di utenti? Chi li controlla? Come verranno utilizzati? Sapendo che ciascuno di noi li ha autorizzati o li autorizza ogni volta mette un click o altro.

Grazie a Snowden sappiamo che Orwell aveva ragione e che ogni singola azione che compiamo online viene intercettata, monitorata e catalogata. Questo significa controllo, che a sua volta è un sensazionale strumento di potere aumentato dalle “censure” imposte grazie ai luoghi comuni politicamente corretti. Quanto di questo “totalitarismo tecnologico”, ritiene che sia oggettivamente colpa di chi dovrebbe informare correttamente, ovvero dei giornalisti?

Io amo la mia professione però eviterei di pensare che il mondo gira intorno a noi. Non è proprio così. E’ un processo tecnologico che sta andando avanti da ormai quindici anni ma siamo alla fase 0.1 nel processo tecnologico. Io non ho una visione redentrice della tecnologia, non penso che grazie alla rete il mondo sarebbe diventato il posto più bello ma non ho nemmeno una visione pessimistica e negativa di quello che sta succedendo. Se io penso a quello che ha rappresentato la rete per due miliardi di persone io penso: uguale accesso all’informazione. Io sono una sincera democratica e penso che questo sia un fatto positivo. Certo ci sono delle questioni che vanno affrontate ma come diceva Gramsci: siamo in un interregno, il vecchio mondo sta morendo, il nuovo mondo non è ancora nato… ci sono dei fenomeni morbosi e noi dobbiamo affrontare questi fenomeni morbosi.

Una delle suggestioni più frequenti tra gli addetti alla informazione è quella “robot journalism”, una definizione che viene associata all’uso di software in grado di realizzare testi di senso compiuto senza l’intervento dell’uomo. In prospettiva, lo vede più come un’opportunità o una minaccia?

Beh… Sempre con massimo rispetto per la mia professione, ci sono anche tanti umani giornalisti che compilano testi. Il famoso copia e incolla. Quindi potrebbe essere addirittura utile per semplificare alcuni processi. Come dicevamo prima, la principale caratteristica del giornalista è quella di sapere filtrare e di saper dare una interpretazione. Questa capacità apparterrà sempre all’uomo. E la tecnologia sarà sempre a servizio dell’uomo.

Secondo lei esiste una anche remota possibilità che il giornalismo – inteso come istituzione – possa scomparire per essere sostituito da un nuovo modo di trasmettere la conoscenza alle persone magari in maniera “meccanica”, o comunque con la definitiva affermazione del principio di induzione che attualmente gli algoritmi utilizzano per “selezionare” le notizie al posto nostro?

Facciamo un esempio. Quando Gutemberg inventò la stampa i poveri copisti amanuensi persero il posto di lavoro. Poveri copisti amanuensi. Ma a noi è convenuto che abbiano inventato la stampa? Si, altrimenti che ne sarebbe stato dei giornalisti? Non voglio dire che a causa degli algoritmi i giornalisti scompariranno ma questa svolta tecnologica ci impone un ripensamento del nostro lavoro. Quindi i giornalisti anche in altre forme, avranno sempre una funzione. Tanto per dirne una: quando sono entrata in Rai nel 2003, i pezzi radiofonici si registravano su nastro e i tagli si facevano grazie a un tecnico che artigianalmente usava una specie di scotch per unire i nastri tagliati. Un’operazione da sarto. Ogni sbaglio, un taglio su nastro e una ricucitura. Pensiamo a quello che succede ora col digitale, una rivoluzione!

Come leggeremo le notizie tra 5 anni?

Il tema non è come, ma dove leggeremo le notizie. Secondo me le leggeremo dovunque. Siamo dentro un flusso di informazione che ogni sessanta secondi produce miliardi di byte che vengono postati sulla rete. Li leggeremo sugli schermi touch, alle fermate dei bus, in mega pannelli scorrevoli all’aeroporto, al supermercato, per strada, sullo sportello del frigorifero a casa. E chissà dove ancora…

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