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Ci risiamo: tornano gli artisti ignudi delle “buone cause”

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Da molto tempo, ormai, diciamo almeno dagli anni Settanta in poi, ci siamo abituati agli “artisti” (veri, sedicenti o aspiranti tali) che scelgono di essere “impegnati” per apparire intelligenti, interessanti, importanti e, naturalmente, per reggere la coda al potere e rimanere nel “giro giusto”.

Per carità: nani e ballerini, giocolieri e buffoni di corte sono sempre esistiti ma la scuola di Dario Fo (in Italia) e di Jane Fonda (negli Usa) è da 50 anni che non chiude i battenti. Solo che quelli – a confronto – erano giganti, rispetto agli attori, cantanti e saltimbanchi vari dei giorni nostri. Anche per questo, gli “artisti” dell’era digital devono alzare il livello: devono essere tutti i giorni in prima linea nelle battaglie social che contano, quindi in quelle più banali, ovvie e patetiche: salviamo il pianeta, combattiamo la fame, aiutiamo i bambini, difendiamo le donne, adottiamo un panda (sempre solo a parole, sia chiaro).

L’elenco delle battaglie buoniste messe in campo dai solerti responsabili della comunicazione delle case discografiche o cinematografiche è pressoché infinito. Alcune trovate sarebbero esilaranti se non fossero patetiche: pensiamo a Richard Gere in pose addolorate sulla Open Arms; oppure alle figuracce del tour “ecologista” di Jovanotti. Fatto sta che la fervida fantasia di uomini e donne di spettacolo si esalta in modo particolare quando la politica offre varchi di visibilità gratuita.

Negli Usa – come e più che in Italia – la lobby dello spettacolo è storicamente ed economicamente ben schierata sul versante “dem”. Per trovare un regista, un attore o un cantante, non diciamo favorevole a Trump (questo sarebbe mortale) ma almeno repubblicano, bisogna ricorrere al vecchio Clint Eastwood.

Non stupisce quindi che, con l’avvicinarsi delle elezioni presidenziali del 2016, possano saltar fuori campagne come questa di “Bans Off My Body” che vede scendere in campo una agguerrita pattuglia di nomi dello spettacolo: Demi Lovato, Dua Lipa, Billie Eilish, HAIM, John Legend, Bon Iver, Beck, Kacey Musgraves, Hayley Kiyoko e Sleater-Kinney, con Lady Gaga, Ariana Grande e Miley Cyrus come punte di diamante.

La parte creativa della campagna (che tradotta in italiano suona come “via i divieti dal mio corpo”) lascia un po’ a desiderare, ricorda almeno altre tre campagne con top-model o altri personaggi nudi.  Qui c’è, però, da dire che – per fortuna – questa volta sono coperti dallo striscione.

D’altra parte, privarsi degli abiti per questi signori e signore è cosa facile, quasi quotidiana. Ben più difficile sarebbe privarsi di estetisti, personal trainer, colf, psicologi, avvocati e, perché no, pusher.

In tutto questo dimenticavamo di dirvi il motivo altamente sociale di questa mobilitazione svestita. Il fatto è che quel cattivone di Donald Trump ha deciso un drastico tagli di fondo nei confronti della Planned Parenthood Federation (Federazione Internazionale genitorialità pianificata) che si batte (non solo negli Stati Uniti) in favore della legislazione abortista e contrastando la libertà all’obiezione di coscienza.

Tema delicato, complesso e pericoloso quello dell’aborto, che dovrebbe essere trattato come un dramma e non come una commedia in cui marionette svestite si coprono con il sipario.

Tant’è, ogni occasione è buona per farsi pubblicità e, dal momento che ne parliamo anche noi, in qualche modo nel trappolone mediatico ci siamo cascati. Magari anche solo per disgusto, ma ci siamo cascati.
Vorrà dire che, per farci perdonare e per ripristinare la par conditio, ci metteremo a commentare anche qualche twit al peperoncino di Donald Trump.

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