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Mariangela Pira: «Mi spaventa di più la stupidità umana dell’intelligenza artificiale»

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Di strada ne ha fatta parecchia da quando, nel 2000, Mariangela Pira vinse una borsa di studio all’Ansa di New York, dove ebbe l’occasione di lavorare al fianco di Marco Bardazzi, attuale direttore della comunicazione esterna di ENI: «Ho studiato lingue e letterature straniere ad indirizzo giornalistico alla Cattolica, a Milano – racconta Mariangela in un’intervista a La Nuova Sardegna – la svolta è avvenuta quando ho vinto una borsa di studio per l’Ansa a New York. Là ho seguito le prime cose importanti: il processo contro Bin Laden per le bombe in Kenya e Tanzania in particolare. Ho capito che non avrei potuto fare altro se non la giornalista.»

Dopo un’importante esperienza con il gruppo Class Editori che, tra le altre cose, l’ha vista ricoprire il ruolo di responsabile del Desk China e anchor di Class CNBC, Mariangela è diventata reporter economica di SkyTg24 nonché volto assai noto su Linkedin, dove cura con successo una rubrica che col tempo è diventata un vero e proprio brand: si chiama #3fattori ed è una finestra video in cui quasi ogni giorno Mariangela sottopone all’attenzione di una platea ogni giorno più vasta quelle che ritiene essere le 3 notizie più importanti della giornata con il suo stile asciutto ma al tempo stesso empatico, caratteristiche fondamentali – insieme all’autorevolezza – per conferire viralità a un contenuto, soprattutto quando si tratta di informazione.

Ormai, scrivere un articolo giornalistico significa, spesso, dover trovare qualcosa che non solo possa essere interessante per il lettore, ma che abbia anche gli elementi giusti a livello di immagine (foto, video e audio) per poter diventare virale sui social: questo, a suo avviso, limita o esalta la capacità di scelta del giornalista?

Dipende. La limita nel momento in cui con un titolo spingo a pensare che nell’articolo ci siano delle cose o nel momento in cui scrivo un articolo il cui fine è attrarre il lettore. Io devo scrivere partendo dai dati certi, che si tratti di immigrazione o finanza o geopolitica. So che la regola oggi impone il ‘click baiting’ ovvero un titolo anche scorretto, ma che spinga al click. Io lo trovo scorretto nei confronti del lettore e frustrante per il giornalista, se è ‘vero’ giornalista. Virale può essere anche un bel pezzo sull’Amazzonia che approfondisca il tema. Ma virale può essere anche una clip del Grande Fratello. Se un telespettatore guarda un servizio sull’Amazzonia le immagini, l’audio devono essere evocativi e devono fargli pensare di essere là.  Le informazioni devono dare un quid in più. Non tutti i lettori o telespettatori scelgono la viralità banale. C’è anche chi vuole l’approfondimento. Non è un caso che molte inchieste giornalistiche importanti vengano condivise.

Spesso si sente dire che Internet è il posto delle “fast-food news”, perché ormai gli utenti hanno poco tempo e leggono solo notizie brevi. Tuttavia, di recente, c’è chi si è inventato le “slow news” come alternativa a questo approccio. Lei da che parte sta?

Eh… c’era un motto, penso ci sia ancora, in casa Bloomberg. First and accurate. Primi e accurati. Se sei una tv che è guardata da chi l’investimento in borsa lo sta facendo in quel momento è ovvio che essere ‘first’ sia importantissimo. L’accuratezza è importante ma viene dopo. Nella seconda stesura. Faccio questo esempio specifico perché purtroppo nella fast food news spesso non si è né i primi a darla, né tantomeno si è accurati.  Io personalmente leggo notizie brevi solo se arrivano da fonte giornalistica che nel tempo mi ha dato credibilità, che conferma sempre nome e carica dell’intervistato, che fa un lavoro di ricerca pre, nella cui redazione lavorano giornalisti che si preparano. Penso a Der Spiegel, a The Guardian al Washington Post. Raramente mi capita di leggere stupidaggini. La presenza di notizie troppo spesso inaccurate e addirittura inventate penso e spero ci faccia raggiungere un punto di non ritorno.

In questo marasma infatti c’è una buona notizia. Lo dimostrano i lettori che pagano per leggere gli approfondimenti. In tanti sono preoccupati di leggere solo disinformazione e quindi virano verso fonti credibili, stando a un report di Reuters Institute e Oxford. Perché manca completamente la fiducia nei giornalisti come categoria. Ma chiediamoci, perché salgono gli abbonamenti al digitale di The New York Times, The Wall Street  Journal e del Washington Post? Perché la gente vuole leggere ‘slow’, vuole prendersi il tempo di approfondire e capire. Certo, dipende sempre dal livello di istruzione. Ma i giovani di oggi sono svegli, leggono, vedono, viaggiano. Confido e spero siano inclini a informarsi pagando, laddove serva.

Come scriveva Walter Lippmann, le notizie formano una sorta di pseudo-ambiente, ma le nostre reazioni a tale ambiente non sono affatto pseudo-azioni, bensì azioni reali. È evidente che il fenomeno fake news vada ben oltre le classiche “bufale” e che prolifichi a seguito della ricerca spasmodica di “like” e di visualizzazioni. Secondo lei cosa manca ai media, e ai giornalisti più in generale, per riconquistare la credibilità perduta?

Ricordo un episodio di ‘The Newsroom’, serie tv il cui tema è il buon giornalismo, che tutti i giornalisti dovrebbero vedere. Una stagista scrive un tweet sbagliato, facendo fare una pessima figura alla sua testata, nota proprio per la credibilità e per l’accuratezza e l’approfondimento. Richiamata dal responsabile della divisione news, le viene chiesto: “Perché lo hai scritto?”. Risponde: “Per avere retweet”. Risposta che la dice lunga sul bisogno di like, di esprimersi su tutti anche sulla morte di David Bowie se non lo hai mai ascoltato. Bene, io penso che si debba tornare alle basi. Quando vado in onda su SkyTg24 io dico sempre: partiamo dai numeri, partiamo dai dati. Lo dico perché è vero, ma lo dico anche perché è necessario che le persone quando ti ascoltano sappiano tu stai dando numeri che hai letto, che hai verificato. Dopo aver sentito fonte a, fonte b, fonte c. È necessario –  se non si tratta di un programma di approfondimento ovviamente  – dare a chi ci guarda le basi per farsi una opinione. Offrendo sempre entrambe le facce del sesterzio non quella che ci fa comodo. È necessario per fare questo essere scevri di ogni tipo di dipendenza politica o economica e di prostituzione intellettuale rispetto a qualcuno. Lo si fa con il tempo, piano piano, ma i risultati arrivano.

Cito nuovamente Bloomberg e la regola delle cinque F che ovviamente va applicata sulla base del settore o del mezzo giornalistico in cui si lavora. First word, sii il primo se puoi a dare la notizia; fastest word, sii il più veloce a dare i dettagli; factual word, sii accurato con nomi, verbi, aggettivi precisi; final word, sii la fonte definitiva, cerca di essere la casa giornalistica cui tutti fanno riferimenti; future word, spiega le notizie di oggi nel contesto di domani!

Come detto, in Italia così come altrove, la popolarità professionale dei giornalisti (e della professione giornalistica) è ai minimi storici. Qual è, secondo lei, l’errore più grave che commettono gli operatori del settore?

Come sopra. Spesso si usa un linguaggio sbagliato sui social. Ad aggressività si risponde con aggressività invece si dovrebbe usare un tono differente. I social hanno permesso a tutti di avere voce, anche a chi – su certe materie – non ha competenza. Se però il giornalista arriva a litigare via social con magari un bot, neanche una persona vera, il danno si allarga. Il giornalista sui social dovrebbe condividere articoli, fornire eventualmente un’opinione all’interno di una strategia social aziendale. Ma questo essere spesso cani sciolti, utilizzare linguaggio scurrile, talvolta non supportato da preparazione, il fare le domande ‘trappola’ ad uno e ‘buone’ all’altro, il pubblicare rumors (spesso scritti dal giornalista, manco dalla sua testata) senza che questi siano stati verificati e tante altre cose portano alla sfiducia totale della categoria.

Al di là di quello che ritiene qualche politico ci pare evidente ormai, a livello globale, che il bipolarismo non sia più tra destra e sinistra, bensì tra élite di garantiti e popolo dei non rappresentati. A questo si aggiunge il paradosso tutto italiano di una democrazia orfana degli spazi in cui una classe dirigente possa nascere e crescere per formazione e non per cooptazione. Su quali basi e con quali strumenti (anche informativi) sarà possibile – secondo lei – costruire una nuova e autentica connessione tra popolo e classi dirigenti?

Io credo sempre che la risposta sia nello studio, nello studio e nella preparazione costante. Penso anche che non tutti in questo paese possono studiare. Quindi per rispondere alla sua domanda non posso non partire dal fatto che questo paese non investe da vent’anni. Non investe in infrastrutture che creano lavoro, non investe in cultura. Siamo il paese più instagrammato, per dirla alla social, al mondo e non siamo capaci di avere una linea aerea, che di fatto – come lo è Lufthansa – è eccome un passaporto per il paese che rappresenta. Un paese in cui il Ministero del Turismo e quello della Cultura dovrebbero essere fondamentali perché se usate bene alla francese o alla tedesca sono le aree che potrebbero dare da mangiare ai nostri figli in futuro. Quello che lei chiede si potrà raggiungere solo se tutti staremo meglio. È su questo che dobbiamo lavorare. Se abbiamo il ‘cittadino A’ e ‘cittadino B’ non ne usciremo mai. La classe politica deve tornare ad essere, posto che tutti possono sbagliare, una classe rispettosa della bandiera che rappresenta. Attenta alle parole, attenta a rispettare tutti. Oggi non è così. Il politico, pagato dal cittadino, dovrebbe essere percepito come una persona da rispettare.

Come accadde in passato con la televisione, oggi sono le esigenze del Web a controllare la nostra cultura e, in Internet, si vive o si muore di click, perché garantiscono potere e profitti della pubblicità. Esiste, secondo lei, un modo per superare il dualismo Google-Facebook?

Sono dei giganti per dimensioni. Valgono un trilione in Borsa, che non è una cifra di Topolinia ma significa mille miliardi di dollari. Mille miliardi. Un modo per superarli sarà solo la nascita di altri giganti che provino a correggerne le storture. Ma oggi è con loro che si deve parlare. Sarebbe utile nascesse un comitato etico che controlli che non passi sempre e solo spazzatura in questo marasma che è il web ma ci sia un modo per controllare. Strumenti simili a quelli che ci sono in tv per segnalare un film per adulti. Come dire: occhio che state leggendo una notizia non verificata. Si deve assolutamente trovare una quadra con loro, parlare e capire come correggere il problema della disinformazione. Non è tanto il fatto che guadagnino. C’è sempre stato chi ha guadagnato di più ma almeno con creino danno.

Grazie a Snowden sappiamo che Orwell aveva ragione e che ogni singola azione che compiamo online viene intercettata, monitorata e catalogata. Questo significa controllo, che a sua volta è un sensazionale strumento di potere aumentato dalle “censure” imposte grazie ai luoghi comuni politicamente corretti. Quanto di questo “totalitarismo tecnologico”, ritiene che sia oggettivamente colpa di chi dovrebbe informare correttamente, ovvero dei giornalisti?

No, forse anche noi da questo punto di vista siamo le vittime e non i carnefici. Orwell e non solo lui, penso ad Huxley e Bradbury, avevano capito tutto. Abbiamo però una responsabilità. Diffondere notizie corrette. Per fare questo serve leggere, informarsi, studiare. Bradbury, il cui romanzo è davvero distopico pure sempre sottovalutato rispetto a quelli di Orwell, ambienta la storia di 451 Fahrenheit in un ipotetico futuro in cui è reato leggere. I vigili del fuoco hanno il compito di appiccare incendi laddove esistano volumi da distruggere. Questa società futuristica è improntata sulla tv (oggi diremmo sui social) come sistema di informazione e di istruzione delle persone. Un giorno il protagonista, vigile del fuoco tra i più integerrimi, legge un piccolo paragrafo di un libro… da lì inizia a nascondere in casa propria alcuni volumi. Non dico al lettore come va a finire, non bene, ma questo piccolo episodio dice tanto sul come anche il più inserito in una società uni-direzionale possa cambiare a un certo punto. Leggendo.

Una delle suggestioni più frequenti tra gli addetti alla informazione è quella “robot journalism”, una definizione che viene associata all’uso di software in grado di realizzare testi di senso compiuto senza l’intervento dell’uomo. In prospettiva, lo vede più come un’opportunità o una minaccia?

No, io penso che ad oggi serva l’intelletto per fare questo mestiere. Le macchine sono realizzate dall’intelletto dell’uomo. Sono in grado di svolgere compiti predeterminati ma non di fare analisi logiche di pensiero. Tantomeno su questioni di sostanza. Un robot sarà in grado di realizzare servizi di agenzia preimpostati. Ma non di scrivere un editoriale alla Montanelli. Più in generale, convinta della superiorità dell’uomo rispetto alle macchine, mi spaventa di più la stupidità umana dell’intelligenza artificiale.

Secondo lei esiste una anche remota possibilità che il giornalismo – inteso come istituzione – possa scomparire per essere sostituito da un nuovo modo di trasmettere la conoscenza alle persone magari in maniera “meccanica”, o comunque con la definitiva affermazione del principio di induzione che attualmente gli algoritmi utilizzano per “selezionare” le notizie al posto nostro?

No, non lo penso. Ad oggi non ci sono le condizioni.

Come leggeremo le notizie tra 5 anni?

In 50 anni quanti passi avanti abbiamo fatto? Nel 1969  avremmo mai pensato che chiamarsi in viaggio a migliaia di km di distanza, usare internet con le sue immense possibilità, mandarsi foto e girare dei video da condividere contemporaneamente fosse possibile? Pensate a quanti altri passi in avanti faremo in altri 50 anni. Ma nel giornalismo un pezzo scritto bene nel 1969 è un articolo che vale oro ancora oggi. Una scrittura chiara è segno di un pensiero altrettanto lucido. Pochi di noi forse riescono ad avere la statura di Fitzgerald ne il Grande Gatsby, ma tutti noi possiamo scrivere in modo chiaro come nel Vecchio Testamento. Questo richiede: conoscenza del tema, frasi semplici e comprensibili a tutti, un vocabolario preciso.

Lei prima ha citato George Orwell. Lo cito anche io, nel suo saggio del 1946 “Politics and the English Language”. Dovremmo fare nostre le sue regole tra cui, “se puoi accorciare, accorcia”, “non usare il passivo se puoi usare l’attivo”, “non usare parole straniere, scientifiche o in gergo se c’è un equivalente in italiano”. Insomma, la gente non è stupida se le cose le spieghi le capisce. Ma tu sei la prima che deve capirle. Per poterle trasmettere nel modo giusto.

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