Nasce il Governo Rousseau

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Nell’era dei social appare normale che spetterà alla Rete una parola decisiva sulla crisi di governo. Con buona pace del presidente Mattarella sarà il voto della piattaforma Rousseau (115.372 persone dalle 9 alle 18) a decidere la sorte del governo 5Stelle-Pd affidato a Conte che ha ancora tanti nodi da sciogliere. Tanti a partire dai ministeri e il ruolo di Di Maio, oltre naturalmente al programma da presentare per dimostrare che l’unico collante di questa inedita maggioranza non è solo l’antisalvinismo o l’evitare le urne ad ogni costo per arrivare poi ad eleggere il nuovo presidente della Repubblica.

Stasera sapremo se Conte potrà presentare a Mattarella il secondo governo oppure si andrà alle urne. Sin dal suo discorso il giorno dell’incarico Conte è stato molto generico dicendo che non sarà un “governo contro”, ma non ha affrontato i temi più delicati a partire dalla questione immigrazione con il Pd che continua a chiedere cambiamenti e i 5Stelle che rivendicano la continuità. Nemmeno nell’ultimo discorso-appello agli elettori grillini Conte lo ha fatto, anzi dai toni usati è sembrato quasi che non fosse lui il presidente uscente della maggioranza giallo-verde ed è riuscito anche nell’impresa di non citare il Pd.

Evidentemente la sua preoccupazione è alta per il voto che gli iscritti al Movimento 5 Stelle daranno sulla piattaforma Rousseau. Forse sperava in un quesito generico per ottenere un plebiscito di sì ma salvo cambiamenti dell’ultimissima ora la domanda è:” “Sei d’accordo che il Movimento 5 Stelle faccia partire un Governo, insieme al Partito Democratico, presieduto da Giuseppe Conte?“. Un primo cambiamento è stato fatto nell’ordine dei bottoni: era stato messo prima quello per il No, ma il sito del quotidiano “Repubblica” ha fatto notare che in occasione del voto per il contratto di governo del 2018 c’era prima quello del Sì e allora l’ordine dei bottoni è stato cambiato.

Grande preoccupazione dunque, per una domanda chiara ma obbligata perché i 5 Stelle sono nati proprio in contrapposizione con il Pd (ricordate Grillo che chiese l’iscrizione e gli venne risposto di no con Fassino che provocatoriamente lo invitò a fondare un partito e mal gliene incolse). Così 5 Stelle e Pd si sono fortemente combattuti in tutti questi anni, per dare poi il meglio in campagna elettorale nella reciproca demonizzazione ma soprattutto dopo, durante il governo giallo-verde. Per cui adesso i militanti grillini non potranno più gridare “onestà, onestà, onestà” all’indirizzo dei piddini, visti finora come simbolo del Male in politica.

Insulti sono stati scambiati fino a qualche settimana fa, prima della crisi con il Pd che escludeva qualsiasi accordo con i 5 Stelle con il voto della direzione nazionale del 26 luglio (nessun contrario, ma 24 astenuti), mentre dai 5 Stelle Di Maio replicava “Mai col partito di Bibbiano” beccandosi una querela dal segretario piddino Nicola Zingaretti, solo per citare i due maggiori protagonisti (intanto la Boschi ha già fatto sapere che non ritirerà le querele presentate e andrà avanti).

Sicuramente forte di questo clima di diffidenza reciproca, il leader leghista (pressato dai suoi dal giorno dopo le elezioni europee) ha colto l’occasione per provocare la crisi d’agosto annunciando la sfiducia al governo, una volta incassato il decreto sicurezza bis e motivandola con i tanti no ricevuti dai 5 Stelle (sull’autonomia delle regioni, la flat tax e il voto determinante dato in Europa dai grillini per eleggere la tedesca Ursula Von der Leyen alla presidenza della Commissione Europea), certo di poter andare al voto perché le elezioni erano la soluzione migliore per Zingaretti (occasione per derenzizzare i gruppi parlamentari).

Invece nel Pd si è fatto avanti Renzi che, cambiando completamente idea, è riuscito ad insinuare nel partito l’idea di provare a fare l’accordo con i 5 Stelle (in realtà a luglio era stato Dario Franceschini a sollevare la questione) però nel nome della discontinuità e della svolta, supportato anche da un editoriale di Romano Prodi a favore di un governo con la maggioranza Ursula (in Europa avevano votato a favore Pd, Forza Italia e 5 Stelle). Seguito poi dal presidente della Regione Emilia Romagna, Bonaccini che ha subto ipotizzato una possibile alleanza politica per le prossime regionali per battere il centrodestra. Intanto Beppe Grillo scendeva in campo: “Mi eleverò per salvare l’Italia dai nuovi barbari, non si può lasciare il Paese in mano a della gente del genere solo perché crede che senza di loro non sopravviveremmo”.

Allo stesso tempo all’interno dei grillini si assisteva ad uno strano fenomeno: nessuno interveniva per cercare di ricucire il rapporto con la Lega, ma tutti ad accusare Salvini di tradimento. Un comportamento alquanto singolare come se si volesse solo rompere (in tal senso va letto l’incontro del 18 nella villa di Bibbona dove Grillo ha convocato i vertici dei 5 Stelle per impedire qualsiasi ripensamento e far prevalere la linea dura), atteggiamento confermato poi dal forte attacco frontale di Conte a Salvini nel dibattito in Senato del 20 agosto. Anche questo un discorso strano perché solitamente i politici non sono mai così radicali nei loro interventi, magari danno un colpo al cerchio e uno alla botte. Il discorso di Conte invece non consentiva di tornare indietro, un po’ come il Fini del “che fai mi cacci?” con Berlusconi. A questo punto Salvini ha capito che si lavorava per spostare a sinistra i 5 Stelle e ha concluso il suo intervento con la disponibilità a completare l’approvazione della riduzione dei parlamentari e a varare una manovra economica prima di andare a nuove elezioni. Proposta alla quale nessuno dei grillini ha risposto, tantomeno Di Maio rimasto in silenzio.

Iniziano così i colloqui con Zingaretti che chiede discontinuità e dice no al Conte-bis. E’ il braccio di ferro per verificare chi avrà effettivamente il comando nel governo. In tanti si chiedono perché questo rapporto rosso-giallo non ci sia stato nel 2018, soffocato allora da Renzi, ma la situazione politica è completamente diversa: allora il Movimento 5 Stelle era forte del 32% dei voti, mentre il Pd era al minimo. Per cui il Pd avrebbe dovuto trattare in posizione di inferiorità. Adesso invece la situazione politica è diversa: i parlamentari grillini non vogliono andare al voto e il Pd, forte del consenso delle Europee in cui ha superato i 5 Stelle in crollo, si presenta in condizioni di superiorità o quantomeno di parità.

La situazione è talmente incerta perché alla base è molto indigesto un accordo col Pd, un accordo che snaturerebbe il M5S in quanto una forza di antipolitica non si può alleare con il Pd che rappresenta quella cattiva politica che ha sempre combattuto. Sui social lo scontro è molto forte, le divisioni tra i militanti che temono di finire come un partitino di area Pd mentre tutti vanno a ripescare post e video di Di Maio, Zingaretti perché la rete rappresenta la memoria e in questo senso non perdona… I militanti temono che l’abbraccio col Pd sia la fine del Movimento che diventerà un partitino destinato ad allearsi con i Dem anche a livello locale. Intanto non pochi sono anche i maldipancia a sinistra (oltre a Calenda che è stato di parola e ha lasciato il Pd).

L’incertezza tra i grillini è tale che persino Marco Travaglio (da sempre sostenitore di un’intesa con il Pd) si è schierato a favore delle elezioni. Il 23 ha scritto sul Fatto Quotidiano l’editoriale “Mutande di ghisa” che si conclude con queste parole: “Se il M5S non vuol proprio suicidarsi, fra un governo modello Libia (per le spaccature all’interno del Pd evidenziate nella prima parte dell’articolo, NdA) e il voto subito, ha molto meno da perdere dalla seconda opzione. L’occasione d’oro di sfidare Salvini in stato così comatoso e confusionale (ora vuole un governo uguale a quello che ha appena affossato?), magari con Conte candidato premier, non durerà in eterno”. Infatti non sono pochi i militanti che evidenziano come votando subito il Movimento prenderebbe il 15% ma potrebbe avere anche un ruolo politico, mentre votando dopo l’accordo col Pd si rischia di restare solo con lo zoccolo duro legato alla sinistra del partito.

Nella stessa giornata del 23 nuovo intervento di Grillo per lanciare Conte come presidente del consiglio, e anche Travaglio “rientra” e torna ad appoggiare il nuovo governo ma il dialogo procede in maniera molto incerta, tra “stop and go” con il fronte dei contrari (Di Battista, Casaleggio, Patuanelli e lo stesso Di Maio, almeno stando a qualche articolo “ben informato”) che ogni tanto sembra prendere spazio. Ogni giorno sembra fatta e invece c’è qualcosa che frena. Diventa importantissimo qualsiasi tweet a testimonianza del ruolo dei social nella crisi al punto che Zingaretti chiede ai suoi di non scrivere nulla per non compromettere tutto, mentre intanto si arrende al nome di Conte, continuando a rilanciare sulla discontinuità, almeno sulle politiche per l’immigrazione e rivendicando la presenza di un vicesegretario unico del Pd.

I dubbi restano fino all’ultimo. Il Pd solo il 28 tiene una nuova direzione con Zingaretti che con un discorso esattamente all’opposto di quella de 26 luglio (se ci fosse Guareschi avrebbe preso ispirazione per una nuova serie di “Contrordine compagni”) ottiene il mandato per dare vita ad un nuovo governo col Pd tra qualche malumore (vota contro solo Matteo Richetti mentre Calenda esce dal partito).

Nel frattempo nel M5S si cerca di convincere anche i più restii (perché alla fine bisognerà vedere se ci saranno i numeri al Senato, preoccupati di quanti potrebbero seguire Paragone) mentre Grillo se ne esce con un nuovo post in cui Dio gli avrebbe detto di lasciar perdere, basta con i vaff.. e le interferenze nella politica. Un’illuminazione, un delirio oppure un modo elegante per la definitiva rinuncia al M5S come forza di antipolitica? Prima il voto in Europa, ora il governo con il Pd: sarà ancora credibile la proposta dei 5 Stelle oppure è destinata a diventare una forza “allineata” nello schieramento del centrosinistra? Per Grillo ormai la storia grillina si è conclusa, la priorità è riportare il Pd al governo e non importa del resto, provocando l’aperta rivolta di alcuni consiglieri regionali come Barillari del Lazio.

Si arriva così all’incarico a Conte che in questa settimana si è spostato sempre più a sinistra o meglio ha tenuto a sottolineare che lui ha sempre votato Pd ad eccezione delle politiche 2018 quando ha votato M5S (che lo voleva come ministro) e successivamente ha precisato di non essere mai stato un 5 stelle e come tale non vuole essere considerato da Zingaretti e soci nelle caselle del governo (ha già aperto la campagna per le presidenziali del 2022?). E ora per Salvini è facile ironizzare: “Era l’avvocato dei poteri forti, altro che avvocato del popolo”. Eh sì quanto avrà sofferto nei panni di guida del governo giallo-verde!

Per il resto Pd sempre certo del governo, Grillo sempre in appoggio al governo rosso-giallo e Di Maio invece sempre dubbioso che alza i paletti, cosciente di giocarsi non solo il suo futuro politico ma anche quello di tutto il Movimento. L’ultima sua mossa quella di annunciare che non ci saranno vicepresidenti del consiglio, rinunciando a tale carica dopo che il Pd ha rinunciato alla richiesta di avere un vicepresidente. Intanto Salvini blandisce i dissidenti, annunciando che la Lega è pronta ad accoglierli per cui non devono temere le elezioni.

E oggi la sfida si sposta sul voto di Rousseau presentato come una minaccia con articoli e interviste in cui commentatori e professoroni si sono sbizzarriti nell’attaccarla, temendo evidentemente che un’espressione popolare possa ribaltare l’accordo che non piace alla base grillina. Non a caso anche vari parlamentari 5S si sono espressi contro il voto su Rousseau. Facile ironizzare che hanno talmente paura delle elezioni da spaventarsi di qualsiasi tipo di votazione. Comunque non resta che attendere l’esito del voto di oggi.

Da una parte i maldipancia della base sono davvero tanti. A guidare i contrari Paragone (per un video su facebook ha usato “C’è chi dice no” di Vasco Rossi che però non ha gradito invitando a non utilizzare le sue canzoni per campagne politiche), mentre suscita dubbi il silenzio di Di Battista e l’equidistanza di Di Maio per il quale non esisterebbe un voto giusto e un voto sbagliato)

Dall’altra parte i sì guidati da Conte, Grillo, Fico e i suoi.

Finora il voto di Rousseau non ha mai smentito le decisioni prese dai vertici del Movimento. Andrà così anche stavolta?

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