Tecno-sfide (2): l’inversione della Tradizione

in Innovazione

Siamo ora di fronte a uno degli scenari sociali maggiormente sottovalutati della rivoluzione digitale. Già abbiamo scritto sul divario generazionale creato dalle diverse capacità (e volontà) di approcciarsi alle nuove tecnologie. L’esempio più classico e banale sono i giochini online (come 30 anni fa erano i videogiochi sulle prime consolle di computer). Ci sono nipotini di 6, 7 anni che sanno usare benissimo lo Smartphone, entrano nelle app, procedono spediti nel gioco saltellando con le loro dita sottili sui piccoli tasti, sotto gli occhi di nonni (ma anche di genitori) che non riescono neppure a vedere quello che stanno facendo.

Il problema, però, è molto più ampio e ha risvolti tutt’altro che divertenti. Il fatto è che – per la prima volta nella storia della umanità – il “sapere”, le conoscenze, le capacità… non si tramandano più da padre in figlio, da nonno a nipote, dal più anziano ed esperto al più giovane apprendista. Da quando è iniziata l’era digitale, queste nuove procedure risultano di facile comprensione per i giovanissimi e di difficile impiego per chi aveva, fino ad allora, utilizzato altri sistemi, altre tecniche, altri apparecchi. È stato così che “gli smanettoni” del computer hanno incominciato a prendere il posto dei professionisti e degli artigiani in mille attività.

In apparenza questo avrebbe dovuto agevolare i giovani, offrire loro nuovi scenari e nuove opportunità. È successo esattamente il contrario e la rivoluzione digitale si sta dimostrando una grande truffa proprio nei confronti dei più giovani (e i dati sulla disoccupazione / sottoccupazione lo dimostrano).

Il fatto è che – in passato – poter insegnare un lavoro, addestrare un giovane, formare un apprendista era gratificante ma, soprattutto, naturale. Per una persona che aveva lavorato tutta la vita (imparando da altri il mestiere) “passare le consegne” al figlio o, comunque, a un giovane rappresentava la continuità e, al tempo stesso, la possibilità di ritirarsi dal lavoro avendo altri che mandavano “avanti la baracca” (o ti garantivano la pensione). Quando invece ti trovi – a 40 o 50 anni (ma ormai anche meno) – a dover chiedere a un giovane di fare cose che tu non sai fare, cercherai solo di sfruttarlo. Se possibile gli “succhierai” le conoscenze, se no lo farai lavorare sottopagato con la scusa della “inesperienza”. Se a questo aggiungiamo il fatto che, da quando c’è l’euro, ci sono state praticamente cancellate le pensioni; se uniamo, poi, la moda (inculcata dal marketing) dell’eterno “giovanilismo”, per cui non esiste più vecchiaia e morte (al massimo terza età e fine vita), otterremo il risultato esplosivo di quasi 2 generazioni coalizzate per NON lasciar posto ai giovani.

Questo il devastante risultato della “inversione della Tradizione”, cui si può porre rimedio non in termini tecnologici ma solo in termini politici e sociali.

Va posto un freno di legge all’abuso da parte di aziende e studi professionali degli stage (che invece si sono ancora moltiplicati, differenziandosi), vanno imposti salari minimi chiari e tutele sociali anche per i part-time e lo smart-work. Si parla tanto di difendere i più deboli e gli emarginati… ecco, appunto, oggi i giovanissimi sono i più deboli e chi vorrebbe metter su famiglia è un vero emarginato.

In definitiva quindi la rivoluzione digitale che tanto piace ai giovani, non ha portato loro più “potere“ (perché mancano comunque di cognizioni pratiche, di consapevolezza sociale e di esperienza). Li ha resi, invece, schiavi delle generazioni più anziane e superiori in grado che cercano di sfruttarli non potendo “farli crescere”, in pieno accordo con le regole disumane della finanza globalista. Tutto ciò ha generato l’attuale disoccupazione record, la conseguente frustrazione della “generazione Z” (sempre meno dinamica, intraprendente e sempre più annichilita) e la fuga dall’Italia di tanti neo-laureati per essere sfruttati anche di più, ma a prezzo migliore, all’estero.

(2 – continua tra 2 giorni)

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