Augusto Grandi: «Un giornalismo robotizzato porterà a una informazione banalizzata»

in Dieci domande

Torinese, classe 1956, dopo una trentennale esperienza al Sole 24 Ore, oggi dirige il quotidiano online Electomag e conduce una trasmissione radiofonica sull’emittente web del gruppo. Ha iniziato la sua attività come fotografo in un settimanale locale del torinese, cui sono seguite esperienze giornalistiche in radio e periodici sindacali, fino alla responsabilità delle pagine economiche del quotidiano Il Corriere Alpino, prima di approdare, come detto, al Sole 24 Ore. È autore di molti libri di narrativa e di saggistica (l’ultimo edito è Italia allo sbando. Fotografia di un declino, Eclettica editrice) e ha vinto diversi premi giornalistici e letterari.

Ormai, scrivere un articolo giornalismo significa, spesso, dover trovare qualcosa che, non solo possa essere interessante il lettore, ma che abbia anche gli elementi giusti a livello di immagine (foto, video e audio) per poter diventare virale sui social: questa ulteriore problematica, a suo avviso, limita o esalta la capacità di scelta del giornalista?

Indubbiamente può esaltare la capacità di scelta ma, soprattutto, esalta le differenze tra chi è capace e chi ha limiti evidenti. Rispetto al passato rappresenta un cambiamento epocale. Un tempo, il giornalista era coccolato in redazione dai grafici e doveva occuparsi solo della scrittura. Ora deve fare di tutto, in particolar modo per l’online. Però, in questo modo, non può più scaricare su altri la responsabilità di titoli assurdi e di immagini sbagliate.

Spesso si sente dire che Internet è il posto delle “fast-food news”, perché ormai gli utenti hanno poco tempo e leggono solo notizie brevi. Tuttavia, di recente, c’è chi si è inventato le “slow news” come alternativa a questo approccio. Lei da che parte sta?

Io arrivo dalla carta stampata e preferirei notizie più approfondite, anche con articoli più lunghi. Però, l’obiettivo di un articolo è quello di essere letto. Se si è persa la capacità di concentrazione nella lettura, occorre prenderne atto. E, poi, la capacità di sintesi è pur sempre una dimostrazione di professionalità. Si può raccontare molto anche in poche righe.

Come scriveva Walter Lippmann, le notizie formano una sorta di pseudo-ambiente, ma le nostre reazioni a tale ambiente non sono affatto pseudo-azioni, bensì azioni reali. È evidente che il fenomeno fake news vada ben oltre le classiche “bufale” e che prolifichi a seguito della ricerca spasmodica di “like” e di visualizzazioni. Secondo lei cosa manca ai media, e ai giornalisti più in generale, per riconquistare la credibilità perduta?

L’onestà intellettuale, prima ancora del coraggio. Determinate falsificazioni delle notizie non sono frutto di autocensura per una eventuale paura nei confronti dell’editore, ma sono consapevoli menzogne (od omissioni) a sostegno delle proprie tesi. Per esempio, aver definito “modenesi” i ragazzi accusati per la strage di Coriando, fingendo di non accorgersi dei cognomi nordafricani di 3 degli accusati, è una precisa falsificazione che contribuisce a ridurre la credibilità della categoria.

In Italia, così come altrove, la popolarità professionale dei giornalisti (e della professione giornalistica) è ai minimi storici. Qual è, secondo lei, l’errore più grave che commettono gli operatori del settore?

Rifiutare di raccontare la verità per procedere sulla base di tesi precostituite. E sentirsi una categoria di intellettuali illuminati, superiori al volgo ignorante dei lettori.

Al di là di quello che ritiene qualche politico ci pare evidente ormai, a livello globale, che il bipolarismo non sia più tra destra e sinistra, bensì tra élite di garantiti e popolo dei non rappresentati. A questo si aggiunge il paradosso tutto italiano di una democrazia orfana degli spazi in cui una classe dirigente possa nascere e crescere per formazione e non per cooptazione. Su quali basi e con quali strumenti (anche informativi) sarà possibile – secondo lei – costruire una nuova e autentica connessione tra popolo e classi dirigenti?

Sono pessimista su questa connessione. Le classi dirigenti, gli oligarchi, non hanno il minimo interesse a un cambiamento. Procedono per cooptazione, per potersi scegliere vassalli stupidi che non rappresentino un rischio di competizione interna. L’unica strada, lunghissima, sarebbe quella di far crescere nuove classi dirigenti in grado di andare ad occupare i centri di potere che gli oligarchi snobbano in quanto poco rilevanti. E, poi, partendo da queste periferie del potere, crescere progressivamente.

Come accadde in passato con la televisione, oggi sono le esigenze del web a controllare la nostra cultura e, in Internet, si vive o si muore di click, perché garantiscono potere e profitti della pubblicità. Esiste, secondo lei, un modo per superare il dualismo Google-Facebook?

In teoria sì, in pratica è molto difficile. Anche l’avvio di alternative richiede investimenti e non si scorge all’orizzonte nessuno disposto a sfidare i giganti neppure su piccole questioni. Anche il social russo VK non è alternativo, perché Mosca non ci crede e non investe adeguatamente.

Grazie a Snowden sappiamo che Orwell aveva ragione e che ogni singola azione che compiamo online viene intercettata, monitorata e catalogata. Questo significa controllo, che a sua volta è un sensazionale strumento di potere aumentato dalle “censure” imposte grazie ai luoghi comuni politicamente corretti. Quanto di questo “totalitarismo tecnologico”, ritiene che sia oggettivamente colpa di chi dovrebbe informare correttamente, ovvero dei giornalisti?

La responsabilità è quella di essere dei servi del pensiero unico obbligatorio. Ciò è comprensibile, dal momento che gli oligarchi hanno sempre favorito le carriere dei propri servitori, anche nell’informazione. Mentre gli avversari degli oligarchi sono contrari solo a parole e non hanno mai sostenuto concretamente una informazione alternativa.

Una delle suggestioni più frequenti tra gli addetti alla informazione è quella “robot journalism”, una definizione che viene associata all’uso di software in grado di realizzare testi di senso compiuto senza l’intervento dell’uomo. In prospettiva, lo vede più come un’opportunità o una minaccia?

Una minaccia. Perché è vero che un giornalismo robotizzato porterà a una informazione banalizzata e senza distinzioni tra testate. Però, in fondo, è già così: è sufficiente leggere gli articoli delle principali testate quotidiane per accorgersi che le notizie sono omogeneizzate. Si ridurranno ulteriormente le testate perché non ci sarà più bisogno di confronti. È vero che questo spingerà il pubblico più avveduto a rivolgersi a piccole realtà indipendenti ma il pubblico avveduto è numericamente molto ridotto.

Secondo lei esiste una anche remota possibilità che il giornalismo – inteso come istituzione -possa scomparire per essere sostituito da un nuovo modo di trasmettere la conoscenza alle persone, magari in maniera “meccanica” o, comunque, con la definitiva affermazione del principio di induzione che attualmente gli algoritmi utilizzano per “selezionare” le notizie al posto nostro?

Sì, non sarà più giornalismo, ma chi segue Il Grande Fratello in tv o Uomini e donne non se ne accorgerà.

Secondo lei come leggeremo le notizie tra 5 anni?

Su schermi sempre più piccoli che obbligheranno a fornire notizie sempre più brevi e senza approfondimenti.

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ATTENZIONE – Con questa intervista si chiude momentaneamente la serie di articoli dedicati al “Futuro dell’Informazione” che riprenderanno dopo il 22 agosto. 

 

 

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