Esclusivo: Polonia, i cattolici e la “peste arcobaleno“

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Dalla nostra corrispondente a Varsavia

Nel momento in cui papa Francesco entra pesantemente nelle vicende politiche italiane schierandosi contro Salvini e i decreti sicurezza, dalla Polonia si leva una voce autorevole nettamente diversa, assolutamente controcorrente e “politicamente scorretta”… E si scatena la censura.

Ieri (sabato 10), a Cracovia, si è svolta una manifestazione di sostegno a favore del vescovo Marek Jędraszewski, diventato oggetto di critica dopo il sermone pronunciato il primo di agosto, in occasione dell’anniversario dell’insurrezione di Varsavia, durante il quale ha affermato che l’ideologia LGBT è una «peste arcobaleno», paragonabile «alla piaga rossa del comunismo», che mira ad attaccare i valori tradizionali e la famiglia naturale.

Monsignor Marek Jędraszewski, arcivescovo di Cracovia

Queste parole possono sembrare sorprendenti in Italia e, per capirle bene, bisogna prendere in considerazione il contesto (costantemente ignorato dai commentatori). C’era, infatti, un diretto riferimento a fatti avvenuti a margine dell’ennesimo gay pride. Negli ultimi mesi, durante i cortei “arcobaleno” a Varsavia, Częstochowa e Danzica, sono stati mostrati (come “espressione artistica”) parodie dei simboli cristiani, tra cui: l’icona della Madonna con l’aureola arcobaleno, una “messa” LGBT e la processione del Corpus Cristi con il simbolo della vagina al posto di eucaristia. Questo comportamento a dir poco di cattivo gusto è stato, ovviamente, criticato dai cattolici (che sono ancora una forte maggioranza in Polonia) ma tendenzialmente giustificato dai media e dai soliti difensori della “libertà di espressione”.

Il duro sermone del vescovo Jędraszewski è, così, diventato motivo di un vero e proprio scontro ideologico-mediatico. I suoi sostenitori spiegano che la sua critica riguardava i contenuti ideologici, contrari al cristianesimo, e non persone specifiche. Della stessa opinione è anche il presidente della repubblica, Andrzej Duda, secondo cui l’arcivescovo ha «grande rispetto per l’uomo».

I critici – soprattutto i mass media liberali e di sinistra ma anche ambienti di cattolici “bergogliani” – accusano, invece, il metropolita di omofobia e di incitamento all’odio. Gazeta Wyborcza, il più diffuso giornale polacco, di orientamento decisamente laico, si è all’improvviso eretto a difensore della “purezza della fede” religiosa e ha definito le tesi dell’arcivescovo «anticristiane». L’associazione “Centro di monitoraggio per comportamenti razzisti e xenofobi” ha perfino presentato una segnalazione in Procura ipotizzando per l’arcivescovo il reato di: «promuovere il sistema totalitario fascista». I critici hanno organizzato delle manifestazioni di protesta a Cracovia e a Varsavia durante le quali poche centinaia di partecipanti (ma in Italia hanno detto 10 volte tanto, n.d.r.) hanno chiesto le dimissioni del metropolita di Cracovia. Il presidente della Conferenza episcopale polacca, Stanisław Gądecki, ha ovviamente respinto queste richieste, spiegando che nel discorso di monsignor Jędraszewski non c’era niente di contrario alla dottrina cattolica e che il rispetto per le persone non può portare all’accettazione delle pretese sociali contrarie alla fede.

Nel conflitto è entrato anche YouTube che ha bloccato il video del controverso sermone, pubblicato sul canale ufficiale di Radio Maria, accusandolo di “diffusione dell’odio”. Contro l’ennesima censura dei social (anche in Polonia Facebook ha chiuso migliaia di profili nazionalisti n.d.r.) si è scatenata la protesta di utenti e giornalisti. Ora il video è stato ripristinato ma la censura dei contenuti scomodi non è finita, per esempio è stata rimossa una puntata del programma del giornalista conservatore Paweł Lisicki dedicata all’ideologia LGBT. Negli ultimi giorni è stato rimosso anche il canale del portale indipendente wRealu24 che spesso criticava anche il comportamento dell’ambiente LGBT. Questa volta, però, il motivo ufficiale del blocco è stato un servizio dedicato all’anniversario della Rivolta di Varsavia che YouTube ha ritenuto “incitamento alla violenza”.

Tutta questa situazione fa molto riflettere sullo stato della libertà di pensiero, non solo in Polonia. Davvero una risposta da parte dei cattolici, ripetutamente offesi dagli attivisti gay, è così indecente? Perché i mass media “liberali” si schierano solo da una parte? Fino a che punto Google (proprietaria di YouTube) o Facebook possono decidere quali informazioni possiamo avere e quali bisogna nascondere? Sono domande che, in questo caso, riguardano soprattutto la Polonia, ma che valgono ormai in tutta l’Europa, anzi, in tutto il mondo.

 

 

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