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Chi è Assange: l’uomo senza mezze misure

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Nessuno come Julian Assange è stato in grado di suscitare odio e ammirazione, entusiasmo e disprezzo in ugual misura.
Eppure, al di là della figura di per sé enigmatica del personaggio, soggetto divisivo per mille motivi, ad accendere la fiamma del dibattito intorno al leader di Wikileaks è soprattutto l’impatto della sua opera sul giornalismo d’inchiesta e la libertà di stampa. Cos’è, dunque, Assange?
Un hacker, un editore, un nuovo “prototipo” di giornalista d’assalto, una spia, oppure, come dichiarato dall’ex vicepresidente degli stati Uniti, Joe Biden, un “terrorista “hi-tech”? L’Economist, dal canto suo, sembra non avere dubbi nell’inquadrare il ruolo svolto dal fondatore di Wikileaks.
“Un giornalista responsabile – riporta il settimanale – non penserebbe mai di chiedere alle spie di un paese con un governo autoritario di mandargli dei documenti segreti con cui condizionare delle elezioni democratiche”.1

Ma è davvero così?
Sull’attività di Wikileaks, Stefania Maurizi (indiscutibilmente una giornalista tra le più preparate e accreditate sull’argomento), dimostra, per esempio, un approccio molto diverso, volto a esaltare il profilo destabilizzante della piattaforma nei confronti del potere.
“L’idea dietro Wikileaks era rivoluzionaria: sfruttare la potenza di internet per creare un’organizzazione mondiale capace di ottenere e far filtrare (leak) documenti scottanti in modo anonimo. File esplosivi in grado di rivelare abusi di diritti umani, crimini di guerra, reati d’ogni tipo commessi da servici d’intelligence, banche, culti, multinazionali”.

Per rispondere alla dura presa di posizione dell’Economist, basterebbe ricordare l’agitazione scaturita dalla pubblicazione dei “Pentagon papers” da parte del New York Times e del Washington Post, grazie ai quali furono resi pubblici documenti confidenziali riguardanti la guerra in Vietnam. Ora, il nodo gordiano da sciogliere resta avvolto a un interrogativo: qual è la differenza tra le fotocopie di Daniel Ellsberg e i cd riscrivibili utilizzati da Chelsea Manning per sostituire le canzoni di Lady Gaga con file compressi di tipo confidenziale?
Nessuna. La filosofia che spinge una “talpa” a trasmettere informazioni riservate riguarda esclusivamente l’intimo desiderio di aiutare l’opinione pubblica a comprendere, capire e valutare gli eventi, attraverso la lettura di contenuti normalmente inaccessibili.

Ne fornisce testimonianza scritta, per esempio, una delle numerose chat private intercorse tra Adrian Lamo e Bradley Manning (oggi Chelsea).
In una di queste, l’ex analista d’intelligence risponde così al suo interlocutore, incuriosito dall’ipotesi di essere in stretto contatto con una spia: «Le spie non postano informazioni perché il mondo le legga».
E ancora, «l’informazione dovrebbe essere libera perché appartiene all’opinione pubblica».2

Dal ragù cucinato con vari tagli di maldicenze, alcuni dei quali davvero scadenti, balza agli occhi un denominatore comune: le accuse ad Assange, di “indebita appropriazione di professione” scaturiscono prevalentemente da testate, o giornalisti, cui Wikileaks non ha concesso l’esclusiva per la pubblicazione dei documenti riservati.3

Nella maggioranza dei casi, (basta navigare un po’ sul web), sembra di assistere a una sorta di vendetta personale, perlopiù ordita dai detrattori di Assange. Molti dei quali, poi, celebri per l’ostinata inclinazione a compiacere i potenti.

Una tiritera probabilmente obnubilata dall’invidia e da una massiccia dose di rancore, che dimentica, però, di raccontare il ruolo decisivo svolto da Wikileaks nella diffusione di notizie riguardanti massacri, scandali e abusi.
Nefandezze perpetrate dal potere per il potere, spesso in nome di falsi allarmi alla sicurezza nazionale (per esempio l’operazione “Enduring Freedom”, oppure la successiva invasione dell’Iraq, paese sospettato di collaborare con il terrorismo islamico).

Dopo tanti anni, siamo ancora in attesa di scoprire dove Saddam Hussein custodisse le Wepon of Mass Destruction. In compenso, alla scarsa attendibilità di quelle informazioni si accompagna una convinzione: con la tragedia dell’11 settembre è stata giustificata, anche a causa di una società americana facilmente penetrabile dal punto di vista della comunicazione, una guerra atroce incardinata su una miscela letale di sangue (spesso innocente) e soldi.4

La missione del giornalismo, in fondo, è semplice: informare il lettore grazie alla divulgazione di tutte le notizie d’interesse pubblico, garantendo, contemporaneamente, protezione e anonimato alle fonti che collaborano con le redazioni.
In sintesi, libertà di stampa e trasparenza.
Trasparenza identica a quella invocata, per esempio, da un attivista di Wikileaks attraverso un appello rivolto ai governi: «You can either be transparent, or transparency will be brought to you» (puoi scegliere di esser trasparente, oppure sarai costretto ad esserlo).5

Dopo le dichiarazioni rilasciate dal segretario di Stato americano, Mike Pompeo, sulla volontà del governo di estradare il leader di Wikileaks, dense nubi si addensano sul cielo di Assange. Anzi, sembrano di un’altra era geologica i cinguettii del falvo Donald Trump a favore della piattaforma (“I love Wikileaks” scrisse nel 2016, dopo lo scandalo delle e-mail che colpi Hillary Clinton), se confrontati con quelli più recenti.
“I know nothing about Wikileaks” ha dichiarato il presidente degli Stati Uniti dopo l’arresto di Assange. Una menzogna che consegna a un onirico oblio l’intera redazione dell’organizzazione più celebrata, e discussa, degli ultimi dieci anni.

Oggi, con il rischio di una pesante condanna che pende sulla testa del co-fondatore di Wikileaks (fino a 175 anni di carcere), non resta che domandarci: cosa ne sarà della piattaforma dopo Assange?
Chi avrà il coraggio, con la stessa determinazione, di alzare la voce contro il potere al punto da mettere a repentaglio la propria libertà e combattere le battaglie che riguardano non solo se stessi, ma il ruolo (in senso olistico) della stampa nel mondo?

Assange, innegabilmente, ha riscritto con successo il modo di fare giornalismo d’inchiesta, aggiornando, grazie alla potenza del web, le vecchie ma sempre valide pratiche di raccolta d’informazioni.

Tuttavia, almeno questa testata, confida che possa essere ancora lui, con il suo talento e la sua intelligenza, il portabandiera della libertà di stampa, quella, per intenderci, da molti evocata ma da pochi difesa.

La posta in palio è alta e richiama tutti alla difesa della verità, proprio come auspicato dalla storica sentenza con cui la Corte Suprema si pronunciò sul caso dei Pentagon papers: «Solo una stampa libera e senza bavagli può esporre in modo efficace gli imbrogli in un governo».

Al manifesto dell’arroganza propugnato dal potere, Assange dovrà ora trovare la forza per rispondere, senza dimenticare il senso della sua missione: “Aiutare le persone vulnerabili, e fare a pezzi i bastardi”.

#FreeAssange

 

1 Cfr. “Un finto giornalista”, Internazionale n. 1303
2 Paolo Zelati, “Julian Assange, l’uomo che fa tremare il mondo”, Barbera Editore
3 Le “esclusive” di Wikileaks con la stampa riguardano principalmente: “The Guardian”, “The New York Times”, Der Spiegel, Le Monde, El Pais, (per l’Italia le testate del Gruppo Gedi) e la Novaja Gazeta (quotidiano vicino a Mikhail Gorbaciov nella cui redazione lavorava Anna Politkovskaya, la nota giornalista assassinata nell’ottobre del 2006).
4 http://www.saluteinternazionale.info/2018/03/i-terribili-costi-dellinvasione-delliraq-2003-2018-per-non-dimenticare/
5 Paolo Zelati, “Julian Assange, l’uomo che fa tremare il mondo”, Barbera Editore) 

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