Censura dei social: il suicidio di Facebook

in Editoriali

Se voi aveste un’azienda molto ma molto florida che opera in una sorta di monopolio mondiale nel nome della libertà d’espressione, accettereste di perdere la credibilità (e milioni di dollari di pubblicità) per accontentare qualche censore che non ha capito il ruolo dei social? Accettereste di perdere la faccia (in questo caso il termine è d’obbligo) favorendo così, magari, la nascita e la diffusione di aziende concorrenti?

Una qualsiasi persona di buonsenso risponderebbe di no, invece, pare proprio che Mark Zuckerberg abbia detto sì. Ha ceduto completamente alle richieste (e alle minacce) di chi, in America e in Europa, è ancora convinto che le vittorie elettorali di Trump, della Brexit, di Salvini e dei sovranisti europei siano esclusivamente “colpa” dei social. Social che, naturalmente, per questi signori, sono invasi dai trojan russi che inondano il web di fake news.

Loro, che sono i veri signori della disinformazione, incolpano Facebook (ma anche Twitter, YouTube e, in maniera minore, Instagram) delle sconfitte “democratiche” in mezzo mondo; convinti come sono che i popoli (americano, britannico, italiano o ucraino… senza differenze) siano una massa di deficienti, incapaci di capire, ignoranti e creduloni che, di conseguenza, votano secondo quello che i “cattivi” pubblicano sui social.

Da qui le campagne di censura e di decimazione messa in atto dai vertici di Facebbok che si abbina agli intenti anti Trump della dirigenza di Google, e alle prossime “limitazioni” che Twitter intende porre ai candidati politici (leggasi Trump). Insomma, i solerti censori mondialisti pensano sia arrivato il momento di mettere il silenziatore a tutti i loro nemici.

Sono davvero convinti che un social “censurato” possa ancora servire a imporre il pensiero unico e a far vincere le elezioni ai “buoni” parlando solo di: «pace, amore, accoglienza e… stop al riscaldamento globale».

Un errore colossale che può fare solo chi è accecato dall’ideologia globalista e non vede la realtà. Una isteria che ricorda molto quella già vista in Italia negli anni Novanta-Duemila, quando scese in campo Berlusconi, proprietario delle tv private (a quei tempi l’equivalente, in termini di comunicazione, dell’attuale Facebook). Un po’ come se oggi si candidasse Zuckerberg…

Nessuno, però, ricorda che a consentire l’affermazione del Berlusca fu la doppia alleanza, al Nord con la Lega di Bossi (partito che viveva di soli manifesti) e, al sud, con Alleanza Nazionale (partito diretto discendente dell’emarginatissimo MSI di Almirante), però entrambi partiti “popolari”, radicati sul territorio e, soprattutto, usciti indenni dal ciclone Mani Pulite. Non solo, nessuno ricorda che la Rai pubblica deteneva ancora la quota maggiore di share, con i suoi telegiornali rigidamente in mano ai partiti di governo. Quindi…

L’errore, ieri come oggi, è quello di non capire che la televisione (allora) o i social (adesso) sono uno strumento ma non sono un’idea. Certo favoriscono la diffusione delle idee, il confronto, la riflessione; sbugiardano l’ipocrisia e le falsità dei potenti e delle campagne demagogiche ma – soprattutto i social – rilevano una situazione, un clima umorale. Non lo determinano (se non in minima misura).

I social sono come il termometro che registra la febbre; volerli censurare significa spezzare il termometro, non fermare la febbre.

Eppure, ecco che, alla vigilia di un nuovo tormentone elettorale, si scatena la “caccia alle streghe” su Facebook, come su Youtube, con profili bloccati, pagine cancellate, canali video oscurati. I misteriosi algoritmi del “politicamente corretto” sono scatenati per colpire gli oppositori andando a ripescare anche post di quattro o cinque anni fa e persino immagini che voi avevate cancellato (ma Facebook no…).

Qualcosa di simile a quanto già accaduto durante la campagna elettorale per le Europee, quando Facebbok arrivò a cancellare oltre 22.000 profili (tra cui anche giornalisti, uomini politici, associazioni culturali e storiche, archivi…) accusandoli genericamente di “violare gli standard” del colosso di Cupertino. Episodio degno di un sistema stalinista o, per meglio dire, del regime del Grande Fratello nell’Oceania di Orwell.

Risultato? La Lega è stata votata da più di 9 milioni di italiani e, se si sommano quanti hanno comunque scelto partiti non “politicamente corretti”, si arriva tranquillamente al 60% della popolazione. Quindi, censurare lo strumento non serve a fermare le idee. Eppure, dopo le elezioni, la situazione si è persino aggravata (e lo abbiamo documentato) con il caso Bibbiano.

Evidentemente, c’è chi continua a credere che la censura possa impedire la circolazione delle idee, delle notizie e delle informazioni. Invece è servita solo a dimostrare che il social più potente del mondo è stato “addomesticato” e, quindi, non è più credibile. Con queste sue iniziative Facebook ha ottenuto soltanto di perdere milioni di utenti e di investimenti pubblicitari, senza peraltro fermare l’onda “populista”. Insomma, un suicidio totale.

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