Intervista a Elena Zanella: «Fundraising, 12 miliardi per il terzo settore»

in Primo piano

«Nel fundraising, il denaro è l’ultimo dei problemi». Una frase che sembra un paradosso, soprattutto se a pronunciarla è una leader del settore come Elena Zanella, che da circa venti anni si occupa di tutti gli aspetti relativi al mondo della donazione in Italia. Laurea in Scienze e tecnologie della Comunicazione, master in Social Entrepreneurship. Vincitrice dell’Italian Fundraising Award 2013. Amministratore unico della Elena Zanella srl, Fundraising Academy & Consulting, società specializzata nella formazione e nell’affiancamento nei processi di fundraising, della comunicazione e del marketing di enti nonprofit e pubblici. Il suo blog, Nonprofit Blog,è un punto di riferimento per le professioni del terzo settore in Italia. È anche autrice di libri sull’argomento.

 

Elena Zanella 

Il denaro è davvero l’ultimo dei problemi?

«Sì, questa è la mia esperienza. Partire dalla richiesta del denaro è un errore. Il primo problema risiede nella natura dell’ente, ovvero dalla sua identità, dalla sua reputazione e notorietà. La domanda di denaro deve essere conseguente ai motivi per cui un’azienda dovrebbe darti ciò che chiedi. Occorre quindi prima domandarsi: chi sono, cosa faccio, come lo faccio e come mi posiziono nel mio settore di riferimento».

Cosa era il fundraising quando hai iniziato e cosa è oggi?

«Il fundraising è un orientamento alla raccolta di risorse piuttosto recente in Italia; fine anni ’70, inizio ’80. Quando ho iniziato, i professionisti del settore e le competenze nell’ambito erano ancora irrilevanti e poche le organizzazioni che potevano permetterselo. Negli ultimi anni, le cose sono cambiate in termini positivi. Infatti, se da una parte le nuove tecnologie digitali hanno reso più accessibile un approccio strutturato al donatore favorendo la repentina crescita di organizzazioni piccole ma capaci, dall’altra sono aumentati notevolmente le opportunità di formazione alla materia».

Facciamo subito dei numeri per capire la portata nazionale di questa esperienza?

«Parliamo di transato in termini di donazioni che, in Italia, ammonta annualmente a circa 12miliardi di euro annui di cui i ¾ provengono da donazioni individuali. Le organizzazioni nonprofit presenti in Italia, stando agli ultimi rilevamenti Istat, sono circa 345.000 ma naturalmente la cifra non è ripartita equamente. La differenza, come ho spiegato prima, la fanno la notorietà e la capacità attrattiva che ogni organizzazione è in grado di esercitare. In termini di lavoro, le persone che operano nel Terzo settore professionalmente (sia dipendenti che l’indotto) sono circa 1 milione, i volontari circa 6 milioni».

Quali sono le organizzazioni più impegnate nel fundraising?

«Il fundraising, ovvero la capacità organizzata di intercettare risorse provenienti da fonti diverse, è largamente applicato dagli enti di terzo settore e, tra questi, sono le organizzazioni più grandi e strutturate, con maggiori capacità e visioni di business. Tuttavia, comincia a farsi largo anche un fundraising di tipo pubblico, ovvero promosso da enti e pubbliche amministrazioni che testano forme diverse di finanziamento che vedano il cittadino soggetto attivo in azioni collettive differenti. Il fundraising pubblico è molto stimolante ma, al tempo stesso, piuttosto complicato da far passare, perché si ritiene, erroneamente a mio modo di vedere, che quanto pagato in tasse sia sufficiente a mantenere attive le casse pubbliche. Sappiamo bene che così non è. Integrare forme di partecipazione alla “cosa pubblica” in modo diverso può far crescere il senso di responsabilità del cittadino e migliorare lo stato di salute e di controllo delle nostre città».

Il fundraising è proprio per tutti?

«Il fundraising è per tutte quelle organizzazioni che vogliono darsi una struttura e crescere, è una strada obbligata ormai e non più una opzione. Anche la riforma del Terzo settore chiede che tutte le organizzazioni, dalle piccole alle grandi, si dotino di uno strumento come questo. Dalla piccola associazione all’ente territoriale è possibile, anzi molto utile, dotarsi di una strategia di fundraising. Le dimensioni non contano, anche i primi investimenti per avviare un percorso sono proporzionati».

Quali sono i settori maggiormente impattati?

«Le organizzazioni nonprofit italiane sono maggiormente di tipo culturale ma i settori in cui si raccoglie di più sono certamente quello della ricerca scientifica e della salute».

Alcuni si improvvisano fundraiser però, poi, i risultati parlano chiaro…

«Come in ogni settore, non ci si improvvisa, e come in ogni settore, le competenze aiutano a fare meglio e a ottimizzare le risorse, sempre poche, a disposizione. Il fundraising è un approccio strategico che prevede l’attivazione di una serie di leve che possono arrivare a costare anche molto. Affidarsi a professionisti aiuta a scegliere le strade migliori secondo le opportunità specifiche, prevenire fallimenti o ridurre quanto meno il rischio. Le competenze si acquisiscono attraverso percorsi formativi seri, il confronto con gli altri e attraverso l’esperienza acquisita sul campo».

Dopo averne fatta la tua professione, raggiunti livelli importanti, hai deciso di aiutare tutti coloro che vogliono fare sul serio, come?

«Ho iniziato a parlare di educazione al fundraising nel 2010 con il mio blog. A quei tempi ero dirigente in un ente allora giovanissimo. Poco alla volta, quell’esperienza è diventata, via via, più impegnativa e mi ha resa non solo più visibile ma, anche, desiderosa di impegnarmi in quest’ambito nel migliore dei modi. Il fundraising in Italia è ancora materia giovane e sono convinta che manchi una formazione adeguata che approcci la materia non solo in termini di tecniche ma, primariamente, in termini culturali. Se cambiamo la cultura rispetto a un marketing e a una comunicazione più consapevoli, cambiamo anche i risultati. La mia idea è che puoi avere un giovane preparato nel digital fundraising, per esempio, ma se non hai anche persone capaci di comprendere il valore di quanto verrà proposto e i relativi investimenti, verosimilmente questi ultimi verranno considerati solo costi, spese non necessarie. Da qui la nascita della Fundraising Academy che si propone, appunto, di creare le competenze e la cultura per poter far nascere il miglior fundraising possibile in ogni singola organizzazione e per le opportunità di ognuna.

La rivoluzione digitale ha cambiato il mondo della comunicazione: ha cambiato anche il modo di fare fundraising?

«Il digitale ha favorito la crescita repentina delle organizzazioni che hanno colto immediatamente il grande valore del mezzo: la possibilità di parlare a un vasto pubblico a dei costi tutto sommato contenuti. Per farlo, però, occorre meticolosità. Grazie al digitale, un’organizzazione anche di medie dimensioni ma con ottime capacità comunicative, può competere con organizzazioni più importanti. A premiare è la qualità di quel che proponi, la capacità di narrare, più dei soldi che ci metti. La rete ripaga se ti ama.
Grazie al digitale, è possibile approcciare nuovi pubblici e condividere esperienze. La condivisione e la costruzione del senso di appartenenza e della fiducia, può trasformarsi in dono. Il passaggio, però, non è immediato e, se ci fermiamo alla sola raccolta dei fondi, il digitale non è ancora il canale privilegiato ma lo diverrà certamente nel futuro. Detto questo, tra gli strumenti più importanti abbiamo le applicazioni sui social network, per esempio i pulsanti “dona” su Facebook e Istagram, e il crowdfunding che favorisce la la raccolta collettiva tramite piattaforme online e si basa sul concetto di passaparola. Alla base, comunque, ci deve sempre essere una pianificazione, perché un progetto pubblicato online non è di per sé sufficiente a raccogliere denaro».

Cosa bisognerebbe fare, su cosa bisognerebbe intervenire, per migliorare ulteriormente i numeri del fundraising in Italia?

«La riforma di Terzo settore ha riconosciuto al fundraising un ruolo determinante e centrale nello sviluppo degli enti. Anche dal punto di vista fiscale le cose sono migliorate rispetto al passato. Il numero dei fundraiser è in crescita, complice il fascino che l’attività sociale evoca in molti. Sono tuttavia convinta sia ancora debole e poco significativa la rappresentanza della categoria oltre a essere poche le organizzazioni mentalmente e culturalmente preparate ad accogliere e investire su queste nuove leve. Educazione e identità professionale sono dunque i due aspetti su cui occorrerebbe intervenire».

Lascia un commento

Gli ultimi articoli di Primo piano

Vai a In alto