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Walter Pancini: «Nelle aree franche delle testate on-line si può tentare di rifiutare la neolingua imposta dal pensiero unico»

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Nato a Cengio (Savona) nel 1946, ma residente a Milano, è stato, per oltre trent’anni, direttore generale dell’Auditel, la società che assolve il delicato compito della rilevazione e della diffusione dei dati sull’ascolto televisivo in Italia. Ex giornalista e saggista, è oggi tra i più importanti esperti di comunicazione radiotelevisiva. In gioventù ha compiuto anche interessanti esperienze di cinema industriale, musica alternativa e conduzione radiofonica. Co-autore di alcuni volumi sulla televisione, ha tenuto conferenze e lezioni dedicate alla comunicazione e alla formazione, presso vari Atenei e master italiani. Recentemente ha dato alle stampe il suo primo romanzo: “Il diavolo e la coda” (AGA editrice).

 

Ormai, scrivere un articolo giornalismo significa, spesso, dover trovare qualcosa che non solo possa essere interessante il lettore, ma che abbia anche gli elementi giusti a livello di immagine (foto, video e audio) per poter diventare virale sui social: questa ulteriore problematica, a suo avviso, limita o esalta la capacità di scelta del giornalista

L’importanza della parte iconografica nel prodotto giornalistico non è una novità introdotta dal web ma costituisce – anche per chi, come me, proviene dalla carta stampata più tradizionale – un elemento acquisito e basilare. I migliori maestri che ho conosciuto nel mestiere di giovane cronista insistevano sulla necessità di comporre didascalie e trovare immagini che spiegassero in modo completo l’articolo. Solo dopo aver garantito questi prerequisiti, l’articolo avrebbe potuto essere “anche” letto. Con ciò consentendo al lettore di completare, approfondire, riflettere. Certo, il giornalismo online ha esasperato questo aspetto pretendendo una sintesi talmente asciutta da sterilizzare il valore della scrittura per fermarsi all’immagine. Potrà piacervi o meno, ma credo che – salvo lodevoli isole di resistenza culturale per lettori “speciali” – questo sarà il futuro del giornalismo. I giornali, che stavano già male con l’avvento della televisione commerciale, oggi sono morti, anche se il sistema dell’informazione istituzionale li tiene artificialmente in vita con la respirazione assistita. Dobbiamo farcene una ragione. Un buon giornalista non deve essere limitato da questa rivoluzione: deve solo prenderne atto e attrezzarsi di conseguenza.

Spesso si sente dire che Internet è il posto delle “fast-food news”, perché ormai gli utenti hanno poco tempo e leggono solo notizie brevi. Tuttavia, di recente, c’è chi si è inventato le “slow news” come alternativa a questo approccio. Lei da che parte sta?

Il “giornalismo lento” – la formula che cerca di sganciare le notizie da una lettura compulsiva di soli frammenti, per lasciare il tempo di una riflessione e consentire, magari, una necessaria verifica – non è, di per sé, un modello anacronistico. Anzi, costituisce una nuova linea di riscatto della professione. Infatti, non essendo condizionato dalla lunghezza del formato (il cosiddetto “long form”), consente di sganciarsi dalla schiavitù delle “breaking news”, che accendono l’attenzione ma si bruciano in un attimo, pur senza restaurare forme di scrittura debordanti e superate.

Come scriveva Walter Lippmann, le notizie formano una sorta di pseudo-ambiente, ma le nostre reazioni a tale ambiente non sono affatto pseudo-azioni, bensì azioni reali. È evidente che il fenomeno fake news vada ben oltre le classiche “bufale” e che prolifichi a seguito della ricerca spasmodica di “like” e di visualizzazioni. Secondo lei cosa manca ai media, e ai giornalisti più in generale, per riconquistare la credibilità perduta?

Banalmente, occorre rieducare i giornalisti alla verifica delle fonti, a riprendersi i tempi necessari alla faccia dell’isteria dell’immediatezza. Lasciare che le bufale collezionino “like” e puntare, invece, a costruire un ambiente, un tessuto di relazioni vere, riguadagnando la fiducia di un pubblico pensante che può anche ingerire il veleno delle “fake” ma trova a disposizione l’antidoto: la verifica e l’approfondimento.

In Italia, così come altrove, la popolarità professionale dei giornalisti (e della professione giornalistica) è ai minimi storici. Qual è, secondo lei, l’errore più grave che commettono gli operatori del settore?

In realtà, non è mai esistita – se non nei miei sogni adolescenziali – un’”età dell’oro” del giornalismo. In ogni tempo, il marchio d’infamia di “pennivendolo” ha costituito un rischio costante per la categoria, fisiologicamente esposta alla marchetta e alle veline, indotte dal potere politico ed economico. A riscattare la categoria non sono bastati i molti giornalisti dalla schiena diritta che hanno rifiutato – a volte pagando anche un prezzo molto alto – le lusinghe di una carriera garantita dal potente di turno o da un editore regolarmente “impuro”.  Eppure, forse, mai come oggi, la reputazione del giornalista è scesa ai minimi storici. Questa disistima è, per buona parte, frutto di un’evidente divaricazione tra “realtà” e “racconto”. La scrittura del cronista appare sempre più aggiustata, conformista, asservita alle regole non scritte ma invalicabili del pensiero unico dominante. I giornalisti si sono appiattiti sulla replica automatica dei luoghi comuni del politicamente corretto. Anche quando non vengono comandati dalla linea editoriale, prevale in loro, una prudente autocensura. La colpa più grave, mi pare proprio quella di aver accettato un impoverimento etico e culturale nella convinzione che fosse la migliore scorciatoia per garantirsi una pagnotta sicura.

Al di là di quello che ritiene qualche politico ci pare evidente ormai, a livello globale, che il bipolarismo non sia più tra destra e sinistra, bensì tra élite di garantiti e popolo dei non rappresentati. A questo si aggiunge il paradosso tutto italiano di una democrazia orfana degli spazi in cui una classe dirigente possa nascere e crescere per formazione e non per cooptazione. Su quali basi e con quali strumenti (anche informativi) sarà possibile – secondo lei – costruire una nuova e autentica connessione tra popolo e classi dirigenti?

L’informazione potrà ritrovare credibilità e contribuire a ricucire lo strappo evidente tra “paese reale” e classi dominanti, se sarà capace di darsi strumenti anche inediti e di praticabile costruzione (come questo giornale on-line che mi ospita) per raccontare, senza veli, la realtà agendo su due livelli basilari: i fatti e le inchieste. Senza farsi annichilire dal mazziere digitale che sembra aver già distribuito le carte da gioco a suo favore. I fatti nudi e crudi, riferiti senza la manipolazione che altera, minimizza o tace. I fatti: capaci di riprendere il loro peso senza le astuzie della “gerarchia di presentazione” della notizia che decide unilateralmente cosa destinare a evidenza o banalità, mostrificazione o assoluzione. Nelle aree franche delle testate on-line si può tentare di rifiutare la neolingua imposta dal pensiero unico. Formare nuovi quadri disintossicati del conformismo, vaccinati contro la tentazione del reclutamento “lecchino”, abili ad aggirare la rigidità della psicopolizia.

Come accadde in passato con la televisione, oggi sono le esigenze del web a controllare la nostra cultura e, in Internet, si vive o si muore di click, perché garantiscono potere e profitti della pubblicità. Esiste, secondo lei, un modo per superare il dualismo Google-Facebook?

Nel mondo presente – irreversibilmente mutati gli strumenti e il modo di fruizione – è illusorio pensare di fermare, tenendo i palmi uniti, il torrente in piena del web. Le dimensioni dei giganti della rete non consentono onanistici sogni di ribaltamento. Si tratta, casomai, di “cavalcare la tigre” cogliendo le infinite opportunità che il sistema sottende, agendo nelle crepe e nelle contraddizioni dei meccanismi di raccolta dei “click” che tengono, appunto, in vita i colossi della rete con la vendita di impression ben profilate da consegnare al mercato della pubblicità. Un’offerta culturale – anche non omologata – può rappresentare un’interessante nicchia di mercato anche se dovrà vedersela con le trappole e le censure che i tutori del disegno mondialista distribuiranno sul suo cammino nell’intento di antagonizzare e criminalizzare ogni isola di resistenza culturale. Fortunatamente, non sempre le leggi del business e le orecchie del Grande Fratello sono simpatetiche.

Grazie a Snowden sappiamo che Orwell aveva ragione e che ogni singola azione che compiamo online viene intercettata, monitorata e catalogata. Questo significa controllo, che a sua volta è un sensazionale strumento di potere aumentato dalle “censure” imposte grazie ai luoghi comuni politicamente corretti. Quanto di questo “totalitarismo tecnologico”, ritiene che sia oggettivamente colpa di chi dovrebbe informare correttamente, ovvero dei giornalisti?

I giornalisti potrebbero/dovrebbero resistere al totalitarismo tecnologico con il formidabile strumento della propria professionalità curando di sviluppare nuove abilità. La consapevolezza dell’esistenza di banche dati che trattano ogni segnale di difformità raccolto sulla rete non deve divenire alibi per l’omologazione, giustificazione per non agire secondo verità. Qui non si chiede un ingenuo suicidio, una sfida alla fionda contro Golia o di mostrare, romanticamente, i muscoli delle idee e del coraggio. Si propone, semplicemente, di opporre alla noia conformista un modello di scrittura reattivo. Questa forma di linguaggio, gradualmente e con calcolata abilità, metterà in contraddizione i teoremi, apparentemente invalicabili, del “luogo comunismo”. Occorrerà agire abilmente, con l’impiego disinvolto della “loro” stessa capacità di creare grafiche, d’imbastire storytelling accattivanti, di piegare i numeri alla propria tesi. Basterà aggirare l’ombra minacciosa e incombente di uno “psico reato” di stile orwelliano.

Una delle suggestioni più frequenti tra gli addetti alla informazione è quella del “robot journalism”, una definizione che viene associata all’uso di software in grado di realizzare testi di senso compiuto senza l’intervento dell’uomo.In prospettiva, lo vede più come un’opportunità o una minaccia?

Scartando ipotesi suggestive di pura fantascienza, resto convinto della centralità dell’uomo, nel bene o nel male, nell’attività di controllo degli input che le macchine ricevono. Robotizzare il flusso immenso delle informazioni non significa ancora innescare un processo sostitutivo. I test effettuati hanno puntato sul meteo, i dati economici, i risultati sportivi e qualche pillola di “ultim’ora” da spalmare sui nuovi devices. Credo, al contrario, che la minaccia della robotizzazione delle news, che appiattisce e massifica, possa generare un bisogno di risposte intelligenti e aprire nuove opportunità a chi offre/cerca servizi argomentati e di qualità. Spetta agli autori non rendersi succubi della scrittura automatica.

Secondo lei esiste una anche remota possibilità che il giornalismo – inteso come istituzione -possa scomparire per essere sostituito da un nuovo modo di trasmettere la conoscenza alle persone magari in maniera “meccanica”, o comunque con la definitiva affermazione del principio di induzione che attualmente gli algoritmi utilizzano per “selezionare” le notizie al posto nostro?

A morire, suicida, sarà il giornalismo replicante, senza spessore, spinto all’imitazione e all’omologazione. Il commento, l’inchiesta e la cultura – per contrasto – valorizzati dalla loro connotazione complessa, non saranno sostituibili. Così come l’informatica e il digitale non hanno ucciso la letteratura, gli algoritmi potranno condizionare ma non “far fuori” la capacità del giornalista, prima, e del lettore, poi, di scegliere e giudicare sulla base della propria intelligenza, cultura e sensibilità. Capacità che possono essere rattrappite ma non cancellate e che, alla fine, riaffiorano. L’azione, minacciosa e selettiva, degli algoritmi è fin troppo scoperta per costituire un pericolo per chi ne è consapevole. Il problema che si pone, semmai, è quello di un agglutinamento settario di opinioni contrapposte che finisce col credersi invincibile, chiuso nel recinto illusorio e autoreferenziale della propria comunità di pensiero. Chi sta fuori dal branco deve avere la sana consapevolezza che una visione presbite dei fatti può impedire di vedere quanto vasti siano i danni prodotti dal pensiero pervasivo e agire di conseguenza.

Secondo lei come leggeremo le notizie tra 5 anni?

Cambieranno (sono già cambiati) gli “schermi” sui quali leggeremo. Non soltanto e-reader, smartphone o tablet. Il supporto non è, in fondo, così importante. Dobbiamo, invece, essere consapevoli che i media non solo ci stanno plasmando: ci stanno leggendo. E sono pronti a scodellare ciò che ci interessa. Pronti a “spiegarci ciò che pensiamo”. Pronti a offrirci la polpetta avvelenata di una realtà disegnata sui nostri desideri… Ma lontana dalla verità.

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