Pablo Monzalvo: «Investire nei contenuti per recuperare credibilità»

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Di nazionalità argentina ma vero e proprio cittadino del mondo, Pablo Monzalvo è un “periodista” (giornalista in spagnolo, ndr) televisivo che da anni lavora “sul campo”, ovvero come inviato per la rete televisiva in lingua spagnola più seguita al mondo: Univision. Durante l’arco dell’anno si divide tra l’Italia – soprattutto per seguire le dinamiche del Vaticano – ma anche il resto d’Europa, gli Stati Uniti e, ovviamente, il suo Sud America. Un lavoro che, a maggior ragione nel suo caso, spesso impone ritmi frenetici, nonché una sempre maggiore propensione all’utilizzo dei nuovi media. Insomma, per molti aspetti Pablo rappresenta l’archetipo del digital journalist: dinamico, smart e multitasking anche se, come leggerete voi stessi tra poco, si reputa ancora un giornalista “vecchia maniera”.

Ormai, scrivere un articolo giornalistico significa, spesso, dover trovare qualcosa che non solo possa essere interessante per il lettore, ma che abbia anche gli elementi giusti a livello di immagine (foto, video e audio) per poter diventare virale sui social: questo, a suo avviso, limita o esalta la capacità di scelta del giornalista?

Io mi ritengo un giornalista all’antica, quindi sinceramente faccio troppa fatica con le nuove piattaforme online audio e video. Di solito – siccome lavoro in tv – è l’operatore che deve realizzare la parte audiovisiva, ma comunque ci chiedono di fare piccole presentazioni per “promuovere” il servizio che andrà in onda nel TG: a mio avviso questo a volte potrebbe essere una distrazione dal nostro lavoro principale. Ma, per contro, è oggettivamente una buona forma per trovare più audience, quindi, sinceramente, non riesco ad avere una posizione chiara sull’argomento. Penso che vada valutato a seconda della situazione.

Spesso si sente dire che Internet è il posto delle “fast-food news”, perché ormai gli utenti hanno poco tempo e leggono solo notizie brevi. Tuttavia, di recente, c’è chi si è inventato le “slow news” come alternativa a questo approccio. Lei da che parte sta?

Entrambi. Penso che ci siano momenti della giornata durante i quali per fretta o mancanza di tempo vogliamo essere aggiornati con l’essenziale che ci serve per sapere cosa succede. Ma forse nel week end, quando abbiamo più tempo per goderci il giornale davanti a buon un caffé, lì c’è spazio per approfondire con le slow news.

Come scriveva Walter Lippmann, le notizie formano una sorta di pseudo-ambiente, ma le nostre reazioni a tale ambiente non sono affatto pseudo-azioni, bensì azioni reali. È evidente che il fenomeno fake news vada ben oltre le classiche “bufale” e che prolifichi a seguito della ricerca spasmodica di “like” e di visualizzazioni. Secondo lei cosa manca ai media, e ai giornalisti più in generale, per riconquistare la credibilità perduta?

Penso che le grandi testate giornalistiche godano ancora di una credibilità importante. Il problema è il costo che questa credibilità ha per gli editori. Oggi avere una redazione che produca contenuti propri senza fare “copia incolla” da internet costa troppo e la pubblicità non solo si è ridistribuita su più piattaforme (online, televisione, stampa cartacea) ma è anche diminuita. Quindi la sfida è continuare a investire con un business che non sempre è redditizio. Secondo me, se i media continuano a trovare la forma per investire in contenuti propri e seri, la credibilità perduta sarà riacquisita. E insistere nell’educare il lettore/telespetattore a fare distinzione fra chi scrive cosa: non si possono mettere sullo stesso piano un giornale con un editore responsabile con nome e cognome e un account anonimo di Facebook di cui non sappiamo nulla.

Come detto, in Italia così come altrove, la popolarità professionale dei giornalisti (e della professione giornalistica) è ai minimi storici. Qual è, secondo lei, l’errore più grave che commettono gli operatori del settore?

Sinceramente non so cosa dire. Forse l’errore più grande è vendersi per un po’ di popolarità dimenticandosi che dietro l’immagine c’è una carriera che non merita di essere distrutta per pochi soldi facili. Ma non mi intendo molto dell’argomento.

Al di là di quello che ritiene qualche politico ci pare evidente ormai, a livello globale, che il bipolarismo non sia più tra destra e sinistra, bensì tra élite di garantiti e popolo dei non rappresentati. A questo si aggiunge il paradosso tutto italiano di una democrazia orfana degli spazi in cui una classe dirigente possa nascere e crescere per formazione e non per cooptazione. Su quali basi e con quali strumenti (anche informativi) sarà possibile – secondo lei – costruire una nuova e autentica connessione tra popolo e classi dirigenti?

Rispetto, onestà, lavoro vero, dedizione e non sottovalutare il popolo. Penso che la classe dirigente sia troppo lontana dalla realtà della gente normale. Forse andrebbero costretti ad avvicinarsi sul serio alla gente. E consentire alla gente una maggiore partecipazione in ambito politico e di governo.

Come accadde in passato con la televisione, oggi sono le esigenze del Web a controllare la nostra cultura e, in Internet, si vive o si muore di click, perché garantiscono potere e profitti della pubblicità. Esiste, secondo lei, un modo per superare il dualismo Google-Facebook?

Adesso pare che ci stiamo evolvendo un pochino grazie alla scelta di non rendere pubblica (fornendoli come dato unicamente al proprietario dell’account) la quantità di like su Instagram. Penso che questo “finto successo” della dittatura dei like stia finendo. Me lo auguro per le nuove generazioni, che sono tra le più depresse della storia dell’umanità proprio perché la loro felicita dipende unicamente da quello. Quindi le conseguenze psicologiche non sono da sottovalutare.

Grazie a Snowden sappiamo che Orwell aveva ragione e che ogni singola azione che compiamo online viene intercettata, monitorata e catalogata. Questo significa controllo, che a sua volta è un sensazionale strumento di potere aumentato dalle “censure” imposte grazie ai luoghi comuni politicamente corretti. Quanto di questo “totalitarismo tecnologico”, ritiene che sia oggettivamente colpa di chi dovrebbe informare correttamente, ovvero dei giornalisti?

Penso che i giornalisti siano insignificanti riguardo a questo argomento: il potere è in poche mani di poche aziende.

Una delle suggestioni più frequenti tra gli addetti alla informazione è quella “robot journalism”, una definizione che viene associata all’uso di software in grado di realizzare testi di senso compiuto senza l’intervento dell’uomo. In prospettiva, lo vede più come un’opportunità o una minaccia?

Sinceramente non ne sono minimamente preoccupato quindi non lo vivo come una minaccia. Riguardo all’ambito in cui io lavoro (la tv) recentemente in Cina è stato fatto un esperimento con un presentatore del TG robot. Era abbastanza realistico ma privo dell’aspetto umano, quindi penso che oggi come oggi non sia realizzabile. Forse fra 50 anni, ma io probabilmente non ci sarò, e di sicuro quandanche ci fossi non lavorerò più. L’esistenza del problema dovrebbe preoccupare le nuove generazioni. Mi scuso per il mio egoismo :-), ma al momento abbiamo altre sfide!

Secondo lei esiste una anche remota possibilità che il giornalismo – inteso come istituzione – possa scomparire per essere sostituito da un nuovo modo di trasmettere la conoscenza alle persone magari in maniera “meccanica”, o comunque con la definitiva affermazione del principio di induzione che attualmente gli algoritmi utilizzano per “selezionare” le notizie al posto nostro?

Assolutamente con la tecnologia e la situazione attuale non lo vedo per niente possibile.

Come leggeremo le notizie tra 5 anni?

Non mi auguro grandi cambiamenti. Forse ci saranno più piattaforme che ci confonderanno sempre di più le idee sulla fonte dei contenuti, un pericolo soprattutto per gli utenti meno attenti. Ma non penso ci sia una rivoluzione ulteriore a quella già fatta con l’esplosione internet.

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