Wikileaks, baluardo a difesa di verità e conoscenza

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La mia è una colpa impossibile da espiare. Nemmeno dopo sette anni di carcere duro, peraltro colmi d’abusi 1.

A questo deve aver pensato Chelsea Manning, davanti al grand jury, la mattina dell’8 marzo 2019.
All’ennesima richiesta di un tribunale determinato a incastrare Assange (reo di aver pubblicato attraverso Wikileaks migliaia di documenti classificati), Manning ha opposto un deciso rifiuto, pur consapevole delle conseguenze: «Quello che so – ha dichiarato – l’ho già detto nel 2013, non ho altro da aggiungere».

L’accusa per Assange è aver forzato un database del governo contenente materiale top secret. Più nello specifico, l’addebito riguarda la violazione del “Computer fraud and abuse act”, normativa che proibisce di accedere ai dati di un computer governativo se privi di autorizzazione.

Da questo momento, le vite di Manning e Assange, già intrecciate dal 2010, sembrano correre su un binario parallelo.
La mancata cooperazione con l’autorità costerà a Manning un nuovo arresto, durato 62 giorni, 28 dei quali in totale isolamento.
Poche settimane dopo (11 aprile 2019), a Londra, sarà il turno di Assange, finito in manette dopo la revoca dell’asilo da parte del governo di Quito.

Da un lato, l’hacker-giornalista-editore, dall’altro la sua fonte più famosa. Una coppia con un destino comune: battersi per la totale trasparenza dell’informazione e per un giornalismo d’inchiesta libero, indipendente e, soprattutto, privo di censura.

«Preferisco morire di fame – ha dichiarato Manning durante un’udienza celebrata in Virginia prima dell’arresto – piuttosto che cambiare la mia opinione a questo proposito», commento che dimostra, ancora una volta, un valore morale fuori dal comune.

A guidare Manning in questo percorso di denuncia è stata, esclusivamente, la voce della coscienza e non certo la speculazione economica come ventilato, invece, da qualche fazioso detrattore.
Solo una personalità guidata da un’impronta etica severa, d’altronde, avrebbe permesso al mondo intero di scoprire gli abusi della prima potenza militare al mondo.
Quei documenti “appartenevano al pubblico dominio e non a un server qualsiasi all’interno di una stanza buia a Washington”2.

Pur sollecitando la memoria, risulta difficile, se non impossibile, collegare questo caso con uno analogo del passato.
In quale altra circostanza, infatti, una fonte accetta di andare in galera per difendere un editore 3?

Il futuro di Chelsea Manning resta, dunque, ancorato al dramma di un nuovo percorso carcerario. Percorso, peraltro, che potrebbe alleggerire (e non di poco) le finanze dell’ex analista.

Al rischio di una lunga detenzione (fino a 18 mesi) s’accompagna anche una salata sanzione amministrativa.
Dal momento dell’arresto, infatti, ogni giorno di mancata collaborazione, comporta un’ammenda pari a 500 dollari.Provvedimento che raddoppia automaticamente allo scoccare del sessantesimo giorno.

Nel frattempo, dopo l’arresto, Assange appare affaticato e stanco.
Sembra appartenere a un’altra era geologica l’atteggiamento rassegnato e fatalistico con cui, nel 2015, raccontava a Stefania Maurizi l’esperienza londinese da recluso volontario.
«Come tutte le persone che stanno sotto una qualche forma di detenzione la monotonia è il nemico e la deprivazione sensoriale un grave problema»4.
Oggi, il timore di avvocati, sostenitori e colleghi di Wikileaks è che possa accadergli qualcosa di grave.

A difesa di Assange, con la consueta determinazione, entra prepotentemente in gioco anche Green Greenwald, autore del bestseller “No place to hide”5, libro che raccoglie le rivelazioni di Edward Snowden sul programma di sorveglianza di massa attuato dall’Nsa.

Dalle pagine del suo webmagazine “The Intercept”, ripreso dalla rivista “Internazionale”, Greenwald si scaglia contro le autorità americane.
“Un’analisi tecnica delle accuse ad Assange – scrive insieme a Micah Lee – dimostra che si tratta di un tentativo di criminalizzare quello che in realtà è un dovere di ogni giornalista: aiutare una fonte a non essere identificata”.

Un commento che riavvolge il nastro della storia fino al 13 giugno 1971, data della prima pubblicazione sul New York Times (in seguito anche sul Washington Post), dei “Pentagon papers”, ovvero, delle oltre 7.000 pagine di documenti top secret che svelarono al mondo le strategie “confuse” del governo americano durante la guerra del Vietnam.
L’allora presidente Nixon tentò in ogni modo di bloccare, senza successo, la pubblicazione del materiale.

Se a vincere allora fu la libertà di stampa, parte del merito deve essere attribuito a Daniel Ellsberg, l’analista militare americano, cui Assange è accostato, che per anni fotocopiò, prima di consegnarli alla stampa, i documenti coperti da segreto di Stato.
«Ogni attacco fatto a Wikileaks e a Julian Assange – dichiarò Ellsberg alcuni anni fa – è un attacco a me e alla decisione di rendere noti i Pentagon papers» 6.

Nella battaglia tra opinione pubblica e potere, Assange veste, dunque, i panni del guerriero moderno, mentre Wikileaks, la sua creatura, rappresenta l’ultimo baluardo a difesa della verità e della conoscenza. Un avamposto cui l’autorità americana, con attacchi poco lusinghieri, la complicità di stati alleati e accuse ancora traballanti, vorrebbe mettere un bavaglio allo scopo di depotenziarne, se non totalmente anestetizzarne, l’azione 7.

Il futuro del giornalismo d’inchiesta è a rischio, e si tratta di una sfida che non riguarda solo Assange e la sua “gola profonda”, ma ogni gruppo editoriale, grande o piccolo.
Nel mare della comunicazione “addomesticata”, infatti, rischia d’affogare la libertà d’informazione insieme al rapporto (di reciproca fiducia) che intercorre tra i giornalisti e le proprie fonti.
Non cogliere fino in fondo il significato di questo passaggio, significa favorire l’attività censoria del potere e assecondare, di fatto, l’avvento di un mondo distopico di stampo orwelliano.

 

  1. Ed Pilkington, “Bradley Manning’s treatment was cruel and inhuman, UN torture chief rules”, The Guardian
  2. Ludovica Amici, “Wikileaks”, Editori Riuniti
  3. Bruce Shapiro, The Nation
  4. Stefania Maurizi, «Julian Assange: “Perseguitati perché abbiamo toccato i potenti”», L’Espresso
  5. Glenn Greenwald, “No place to hide. Edward Snowden e la sorveglianza di massa”, Rizzoli
  6. Paolo Zelati, “Assange, l’uomo che fa tremare il mondo”, Barbera Editore
  7. Wikileaks, Pompeo: “Julian Assange sarà estradato negli Stati Uniti”, TgCom24

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