Marcello Veneziani: «Le dicerie della rete reagiscono al politically correct dell’opinione prefabbricata»

in Dieci domande

Marcello Veneziani vanta senz’altro una delle intelligenze più lucide e insieme profonde del panorama non soltanto giornalistico o culturale, ma tout court, dell’Italia contemporanea. Egli, per intenderci, non si limita alle analisi, ma offre spunti di riflessione; non pontifica emettendo giudizi, ma è in grado di gettare lo sguardo oltre la superficie per elaborare delle visioni. Che poi le si condivida o meno è un altro paio di maniche ma, in tempi di desertificazione intellettuale e valoriale come quelli attuali, ogni seme in grado di far sbocciare una prospettiva diversa è un’autentica manna. Lui, nel corso degli anni, ne ha gettati molti. Attraverso i libri, ma anche dalle colonne di molti dei più autorevoli giornali di casa nostra, motivo per cui siamo particolarmente felici che abbia accolto il nostro invito a rispondere ai nostri quesiti sul futuro del giornalismo.

Ormai, scrivere un articolo giornalismo significa, spesso,dover trovare qualcosa che non solo possa essere interessanteil lettore, ma che abbia anche gli elementi giusti a livello di immagine (foto, video e audio) per poter diventare virale sui social: questa ulteriore problematica, a suo avviso, limita o esalta la capacità di scelta del giornalista?

Modifica il suo tipo di lavoro, relativizza il peso della scrittura e soprattutto diminuisce il suo ruolo di mediatore. Siamo al bricolage dell’informazione, e il ruolo del giornalista è obbiettivamente ridimensionato.

Spesso si sente dire che Internet è il posto delle “fast-food news”, perché ormai gli utenti hanno poco tempo e leggono solo notizie brevi. Tuttavia, di recente, c’è chi si è inventato le “slow news” come alternativa a questo approccio. Lei da che parte sta?

Io sono per il politeismo nell’informazione. Non bisogna avere un solo dio e un solo modello, bisogna sapere usufruire di notizie brevi e rapide e di approfondimenti.

Come scriveva Walter Lippmann, le notizie formano una sorta di pseudo-ambiente, ma le nostre reazioni a tale ambiente non sono affatto pseudo-azioni, bensì azioni reali. È evidente che il fenomeno fake news vada ben oltre le classiche “bufale” e che prolifichi a seguito della ricerca spasmodica di “like” e di visualizzazioni. Secondo lei cosa manca ai media, e ai giornalisti più in generale, per riconquistare la credibilità perduta?

Il problema è che alla post-Verità delle bufale social si oppongono le pre-falsità dell’informazione veicolata. Le dicerie della rete reagiscono al politically correct dell’opinione prefabbricata. Se il giornalismo non si libera di questi dominio, difficilmente potrà riconquistare la credibilità perduta.

Come detto, in Italia così come altrove, la popolarità professionale dei giornalisti (e della professione giornalistica) è ai minimi storici. Qual è, secondo lei, l’errore più grave che commettono gli operatori del settore?

Il conformismo, l’assuefazione al clima e alla dogmatica corrente, la prevalenza dell’effetto e della captatio sulla qualità e sulla ricerca della verità.

Al di là di quello che ritiene qualche politico ci pare evidente ormai, a livello globale, che il bipolarismo non sia più tra destra e sinistra, bensì tra élite di garantiti e popolo dei non rappresentati. A questo si aggiunge il paradosso tutto italiano di una democrazia orfana degli spazi in cui una classe dirigente possa nascere e crescere per formazione e non per cooptazione. Su quali basi e con quali strumenti (anche informativi) sarà possibile – secondo lei – costruire una nuova e autentica connessione tra popolo e classi dirigenti?

Compito del giornalismo è la sua terzietà rispetto a élite e popolo. Il giornalismo si rivolge al popolo ma racconta in larga parte farti e misfatti delle classi dirigenti. Dovrebbe contribuire a informare ed educare i lettori, stimolare e selezionare le classi dirigenti, senza timore d’essere populista o aristocratico.

Grazie a Snowden sappiamo che Orwell aveva ragione e che ogni singola azione che compiamo online viene intercettata, monitorata e catalogata. Questo significa controllo, che a sua volta è un sensazionale strumento di potere aumentato dalle “censure” imposte grazie ai luoghi comuni politicamente corretti. Quanto di questo “totalitarismo tecnologico”, ritiene che sia oggettivamente colpa di chi dovrebbe informare correttamente, ovvero dei giornalisti?

I giornalisti sono vittime e carnefici di questo totalitarismo soft, sono agenti e a volte servitori e in alcuni casi subiscono per ragioni di sopravvivenza. Il calo delle vendite e la crisi della stampa li ha resi ancora più succubi e vulnerabili.

Una delle suggestioni più frequenti tra gli addetti alla informazione è quella “robot journalism”, una definizione che viene associata all’uso di software in grado di realizzare testi di senso compiuto senza l’intervento dell’uomo. In prospettiva, lo vede più come un’opportunità o una minaccia?

Se giornalismo è puro desk, meccanica dell’informazione, la perdita non è grave se non sul piano occupazionale. Ma se giornalismo è scrittura, stile, deontologia, cultura, etica e intelligenza, allora la perdita è enorme.

Secondo lei esiste una anche remota possibilità che il giornalismo – inteso come istituzione -possa scomparire peressere sostituita da un nuovo modo di trasmettere la conoscenza alle persone magari in maniera “meccanica”, o comunque con la definitiva affermazione del principio di induzione che attualmente gli algoritmi utilizzano per “selezionare” le notizie al posto nostro?

Più probabile che si separi un tipo di giornalismo reso in gran parte obsoleto e superfluo dalle trasformazioni tecnologiche da un tipo di giornalismo di stile e di profondità, letteratura o inchiesta, redo forse ancor più prezioso e necessario dalla tecnoinformazione.

Come leggeremo le notizie tra 5 anni?

Non oso fare previsioni, tenderei a dire che le leggeremo come oggi con la stessa varietà d’approcci ma in dosi e proporzioni diverse secondo mutazioni che sono in mente dei.

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