L’occhio del Grande Fratello (1): Cambridge Analytica non ci ha insegnato nulla?

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Da decenni scattiamo fotografie per ricordare momenti, emozioni, volti. Se con la famiglia e gli amici di sempre è davvero divertente confrontare il nostro aspetto attuale con quello di quando avevamo 10, 20, 30 anni, pensiamo che fra qualche decennio avremo una possibilità in più: verificare se le previsioni di Face App siano state corrette!

In questi giorni le bacheche dei nostri social sono monotematiche, fra chi pubblica una foto di come potrebbe essere da vecchio e chi si lamenta di chi pubblica le foto da vecchi, pochi sono gli argomenti alternativi che riescono a emergere.

Non è solo il fastidio di trovarsi la home letteralmente invasa a far storcere il naso; sono molti gli utenti e i siti che si stanno interrogando sulla legittimità dell’utilizzo da parte di Face App delle immagini a cui ha accesso, che sarebbero gestite in modo ambiguo e carente in materia di privacy.

Non è la prima volta che il non rispetto della privacy conquista i primi posti fra gli argomenti più discussi sul web. Facciamo un veloce passo indietro. Aprile 2018, lo scandalo Cambridge Analytica balza agli onori della cronaca.
Facebook, app, dati, privacy, elezioni. Non si parla d’altro. Ricordate?

Quattro anni prima il ricercatore Aleksandr Kogan aveva creato l’applicazione This Is Your Digital Life, utilizzabile tramite il sistema Facebook Login. In pratica, l’utente poteva avere accesso all’app semplicemente loggandosi da Facebook, cosa che rendeva l’operazione più facile e veloce. L’applicazione, però, aveva così accesso alle informazioni (dati anagrafici, post, immagini) dei profili Facebook.
Apparentemente nulla di strano, il business del social di Zuckerberg è basato interamente sulla vendita di dati a terzi per scopi commerciali.
A scombussolare l’equilibrio di un meccanismo così oliato fu l’ingresso di un terzo protagonista: Cambridge Analytica, appunto, che si avvaleva di algoritmi per generare profili psicometrici basati su dati e informazioni raccolte dai social media (argomento su cui torneremo più avanti).

I dati che Cambridge Analytica utilizzava erano esattamente quelli di Facebook, forniti dall’applicazione This Is Your Digital Life. Il social di Zuckerberg, però, vieta alle applicazioni di cedere i dati degli utenti a terzi, non certo per rispetto della loro privacy, ma per ovvi interessi commerciali visto che i dati sensibili di milioni di persone sono indispensabili alle aziende, che li acquistano per programmare le loro campagne di marketing.

This Is Your Digital Life, invece, vendeva le informazioni acquisite da Facebook a Cambridge Analytica, con relative implicazioni a livello tecnologico, sociale e politico. Le conseguenze dello scandalo sono state rilevanti: Cambridge Analytica è finita in bancarotta e ha chiuso i battenti nel maggio 2018, mentre Facebook deve pagare 5 miliardi di multa a seguito della recente condanna che ha stabilito che il social fosse, in realtà, a conoscenza di questa compravendita di dati, ma che non abbia agito nonostante la violazione dei suoi termini d’uso.

Sul piano più delicato, quello politico, sono state tirate in ballo le elezioni presidenziali americane del 2016, che hanno visto Trump vincitore, e quelle che hanno sancito la Brexit, nello stesso anno. Ma è possibile che l’uso delle informazioni dei profili di un social network possano influenzare un’elezione in cui sono coinvolti milioni di persone?
La risposta ha un nome: “psicometria”, di cui parleremo nel prossimo articolo.

(1-continua)

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