L’edera parassita

in Cultura

«E disdegnando di esser l’edera parassita,
pur non la quercia essendo o il gran tiglio fronzuto,
salir – anche non alto – ma salir senza aiuto»

L’ho vista stamane: furba e infame, spuntare dalla cima del grande abete, alto più di 5 piani.

Con le sue fogliette di un verde così brillante da sembrare irritante e irridente, aveva raggiunto la vetta e da lì si godeva un sole che non le sarebbe mai spettato.

Poi, l’ho cercata là, a terra, dove ha iniziato la sua avventura di “arrampicatrice” avvolgendo il gran tronco nodoso, aggrappandosi, succhiandone nutrimento, approfittando della fatica sua di crescere per poter arrivare, giorno dopo giorno, senza né merito né fatica, lassù, dove il sole brilla.

Quante belle faccine furbe incontro ogni giorno, con il loro sorrisino scaltro, l’occhietto malizioso, l’espressione strafottente di chi non ha dovuto mai pagare un prezzo in termini di fatica, sacrificio o impegno per ciò che ha, per ciò che ostenta, per ciò di cui gode.

Certo sono loro le “belle faccine al sole” così splendenti, brillanti, argute che ci sorridono dai blog degli influencer, dai talk dei mainstream, dai post di Instagram grondanti di like e di follower…

E mai un pensiero, figuriamoci un ringraziamento, per chi li ha portati lassù a godere di tanta, immeritata visibilità; al massimo un goccio di miserabile piaggeria, subito cancellata dall’arrogante supponenza dell’Io.

Splendente e delirante onnipotenza dei parassiti.

Intanto lui, il maestoso abete, come “il gran tiglio fronzuto”, irride silenzioso a tanta piccolezza.

Non ha visibilità? Non fa tendenza? È vetusto? Non è più il suo tempo? Ma il suo tempo è sempre stato e sempre sarà.

Per la meschina edera, invece, prima o poi ci penserà l’inverno, oppure il buon contadino, a estirparla alle radici.

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