Perché (e a chi) Assange e Wikileaks fanno ancora paura

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Approfondire il fenomeno Wikileaks, senza dubbio la migliore intuizione editoriale del nuovo secolo, non è un esercizio semplice.
Significa, infatti, interrogarsi sia sulla missione svolta dall’organizzazione no-profit, incardinata sulla pubblicazione integrale di materiale “confidenziale” (e d’interesse pubblico), sia sulla figura enigmatica, complessa e in parte divisiva del suo fondatore: l’australiano Julian Paul Assange.

Quest’articolo, il primo di una serie che “Orwell” dedicherà all’argomento, riassume cronologicamente i passaggi principali che hanno scandito i 13 anni di attività di Wikileaks e del suo fondatore.

Prima di iniziare il nostro racconto, però, è doverosa una premessa, un cappello necessario per comprendere il solco in cui opera l’organizzazione di Assange.

Wikileaks è una piattaforma sostenuta economicamente grazie a un sistema di autofinanziamento fatto esclusivamente di donazioni. Del resto, quella di rifiutare fondi pubblici governativi, è una scelta inquadrata nell’ottica di preservare la propria missione.

Missione peraltro puntualmente descritta nelle pagine del sito come il desiderio, – sintetizziamo – di erigere un avamposto di trasparenza creato al fine di rendere più forti e meno corrotte  le democrazie ma, soprattutto, più attenta e informata l’opinione pubblica.
Riavvolgiamo, dunque, il nastro della storia e torniamo al dicembre del 2006, anno di fondazione del “collettivo” organizzato dall’informatico-hacker-giornalista-editore, Assange.

La partenza promette bene: il team di Assange, infatti, mette a disposizione degli utenti un primo interessante documento.
Nell’occhio del ciclone finisce lo sceicco Hassan Dahir Aweys, accusato di essere alla testa di un complotto ordito allo scopo di uccidere alcune figure di spicco del governo somalo.
Per diffondere informazioni la redazione di Wikileaks sfrutta il materiale ricevuto anonimamente dai whistleblowers (traduzione letterale, “fischiatori”), garantiti nella loro azione di denuncia da sistemi sofisticatissimi di cifratura.
Il sito incuriosisce e, supportato dal passaparola organizzato dai sostenitori, aumenta la popolarità in rete.
Il fiume in piena delle notizie servite al pubblico assume sempre più le dimensioni di un terremoto per l’informazione d’inchiesta.

Nell’arco di un paio d’anni dal lancio di Wikileaks, emergono come macigni le prove capaci d’inchiodare alle proprie responsabilità la famiglia dell’ex presidente keniota, Daniel Arap Moi, principale architetto di un imponente giro di corruzione; le conversazioni private tra hacker cinesi, intenti a ricercare informazioni sui governi nemici di Pechino; i maltrattamenti subiti dai prigionieri nel carcere di Guantanamo Bay; lo scandalo (soprattutto riciclaggio) che investe la banca svizzera Julius Baer; il traffico di rifiuti tossici in Costa d’Avorio, ad opera della multinazionale Trafigura, attraverso la petroliera Probo Koala “specializzata” nella raffinazione del petrolio con soda caustica (rapporto inversamente proporzionale tra costi e tossicità) e, infine, la condivisione di quasi 600 mila sms riguardanti conversazioni scambiate l’11 settembre.

Tuttavia, sarà il 2010 l’anno in cui Wikileaks attirerà l’attenzione di una platea sempre più vasta.
Più precisamente il 5 aprile, quando sul sito dell’organizzazione appare un video dell’esercito americano (cinicamente intitolato “Collateral murder”, girato tre anni prima durante la guerra in Iraq ndr), in cui un elicottero modello “Apache” spara, uccidendoli, ad alcuni civili e a due giornalisti della Reuters.

A sottrarre e inviare il filmato alla redazione di Wikileaks (insieme a quasi 500 mila documenti riservati riguardanti la guerra in Afghanistan e Iraq, poi pubblicati in seguito), è un soldato dell’esercito statunitense sconvolto dalle falsità e dai crimini di guerra perpetrati dal governo americano durante la guerra d’occupazione.
Il suo nome: Bradley Edward Manning. Oggi, dopo il cambio di sesso, Chelsea Elizabeth Manning.

Si tratta di una figura centrale nella vita di Assange, tanto che, a distanza di nove anni dalla diffusione di “Collateral murder”, i destini della coppia sono ancora legati a causa di nuove controversie giudiziarie.

Il 18 novembre 2010, mentre “Mendax” (nickname usato da Assange in gioventù) si trova a Londra, viene raggiunto da un mandato di cattura europeo, emesso dal tribunale di Stoccolma, con l’infamante accusa di stupro e abuso sessuale, circostanza che suggerisce al leader di Wikileaks di consegnarsi (pochi giorni dopo, il 7 dicembre) alle autorità inglesi, dal momento che la Svezia ha presentato una richiesta di estradizione.

La mente visionaria di Wikileaks si sente accerchiata. Da più parti s’ipotizza addirittura che ad alimentare il sospetto tempismo del fuoco della “giustizia” sia il governo americano, inferocito per la pubblicazione di oltre 250 mila dispacci diplomatici.
Il pool di avvocati dell’editore australiano, nel frattempo libero su cauzione, presenta ricorso contro l’estradizione, ma quando viene respinto Assange non si presenta in tribunale. Non resta altro che chiedere rifugio politico all’ambasciata londinese dell’Ecuador, tra i pochi paesi (come spiega Stefania Gozzer sul portale in lingua spagnola “Bbc Mundo”) a prendere le difese del portabandiera di Wikileaks, soprattutto in chiave provocatoriamente antiamericana.
Sono anni, questi, turbolenti e difficili per il capo di Wikileaks. Molto presto si consuma la luna di miele con il governo di Quito; a far detonare la miccia delle incomprensioni contribuisce l’elezione di Lenín Moreno che subentra al posto dell’ex presidente Rafael Correa.

Intanto, il 22 luglio del 2016, Wikileaks pubblica oltre 20 mila e-mail del partito democratico che dimostrano, senza fraintendimento, gli intrighi politici “dem” volti a favorire il successo di Hillary Clinton contro Bernie Sanders nelle corsa alle primarie verso la nomination.

È l’ultima significativa campagna di denuncia della piattaforma, in ordine di tempo, tesa a smascherare abusi e prevaricazioni della politica americana.

Quasi tre anni dopo (11 aprile 2019), la polizia inglese fa irruzione nell’ambasciata dell’Ecuador per arrestare Assange a seguito della revoca dell’asilo politico. Termina così, volto esangue, capelli legati sulla nuca e trascinato a braccia verso un furgone della forza pubblica, il “soggiorno” durato (non dorato) quasi sette anni del leader carismatico di Wikileaks.

Come diretta conseguenza, Washington ha presentato richiesta di estradizione al Regno Unito poiché Assange (in collaborazione con Chelsea Manning) è accusato di aver violato alcuni computer in dotazione al governo americano.

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